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domenica 26 aprile 2026

Londra mette al bando i pasdaran: un’allerta che parla all’Europa

La decisione di Keir Starmer di proscrivere le Guardie Rivoluzionarie iraniane come organizzazione terroristica, annunciata durante la visita a una sinagoga londinese colpita da ordigni incendiari, segna uno spartiacque nella politica britannica – e non solo. Il primo ministro laburista ha scelto un luogo ferito per promettere una legge che, già a partire dal prossimo discorso della Corona a maggio, colmerà un vuoto giuridico ritenuto a lungo insormontabile. Dietro la mossa c’è un mosaico di tensioni che vanno dall’escalation di attentati antisemiti in città come Londra e Manchester fino agli allarmi formulati dall’alleato americano: il 24 aprile l’ambasciata statunitense a Londra ha diramato un avviso di sicurezza invitando i propri cittadini a “maggiore cautela” nei luoghi legati a interessi ebraici e americani, sintomo di una minaccia che Washington ritiene ormai concreta e diffusa su tutto il territorio del Regno Unito.

L’allerta statunitense non esprime un divieto di viaggio, ma fotografa un inquietante susseguirsi di attacchi incendiari, piani sventati e intimidazioni contro sinagoghe, enti caritatevoli ebraici e centri culturali, in crescita dalla fine di marzo. Secondo analisti della sicurezza a Bruxelles, questa deriva va letta anche alla luce della strategia d’influenza di Teheran attraverso gruppi affiliati e formazioni proxy che si muovono su piattaforme mediatiche iraniane – tra questi, il poco noto gruppo Ashab al-Yameen, menzionato da fonti londinesi come responsabile di un attivismo digitale sempre più aggressivo. Non è un caso che la nuova normativa britannica, attesa per luglio dopo le elezioni amministrative, preveda per la prima volta la possibilità di colpire organizzazioni sostenute da Stati esteri, superando l’impianto del Terrorism Act del 2000, pensato esclusivamente per attori non statali.

Nell’ottica di Bruxelles, l’approdo britannico allinea Londra a una decisione che l’Unione Europea aveva già preso a febbraio, classificando le Guardie Rivoluzionarie come entità terroristica. Dal canto suo Canberra, confermano analisti australiani, riconosce da tempo il corpo dei pasdaran come istituzione statale di supporto al terrorismo. La distanza che a lungo ha separato il Regno Unito dal continente e da altri alleati anglosassoni era giustificata dal timore di delegittimare indirettamente canali diplomatici ancora aperti con l’Iran. Oggi quel calcolo appare rovesciato: la visita di Starmer nel luogo di culto colpito, accompagnata dalla promessa di “nuovi poteri” per proibire gruppi malvagi sostenuti da Stati, segnala che il governo britannico intende recuperare terreno, anche sotto la pressione di un’opposizione interna che da mesi chiedeva il bando.

Per l’Italia e l’Europa mediterranea, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la formalizzazione del bando britannico accresce la pressione su quei paesi che, come il nostro, hanno finora mantenuto un profilo cauto, temendo ritorsioni sull’asse sciita o l’interruzione di canali negoziali utili a stabilizzare il Levante. Dall’altro, il varo di una legislazione capace di colpire gli attori statali – descritta dal ministero dell’Interno di Londra come uno strumento dal “potere simile alle sanzioni” – potrebbe diventare un modello esportabile in sede di Politica estera e di sicurezza comune, forzando la mano a capitali restie e offrendo un’alternativa alle lungaggini dei regimi sanzionatori europei.

A Teheran, la prospettiva di vedersi equiparata, di fatto, ai gruppi jihadisti che ha formalmente combattuto suona come una provocazione che restringerà ulteriormente gli spazi negoziali sul nucleare, già appesi a un filo dopo il ritiro americano dagli accordi del 2015. Rimane il fatto che la convergenza tra l’allarme di Washington, la nuova determinazione di Londra e il precedente europeo restringe progressivamente il cerchio attorno ai pasdaran e alle loro diramazioni economiche e paramilitari. In attesa del dibattito parlamentare di luglio, l’iniziativa britannica si offre come un fragile ma nitido tentativo di ricomporre la sicurezza interna – scossa da un antisemitismo d’importazione e da un conflitto mediorientale sempre più poroso – con una dottrina che non esiti più a chiamare per nome il nemico, quand’anche indossi l’uniforme di uno Stato.

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Londra mette al bando i pasdaran: un’allerta che parla all’Europa

La decisione di Keir Starmer di proscrivere le Guardie Rivoluzionarie iraniane come organizzazione terroristica, annunciata durante la visita a una sinagoga londinese colpita da ordigni incendiari, segna uno spartiacque nella politica britannica – e non solo. Il primo ministro laburista ha scelto un luogo ferito per promettere una legge che, già a partire dal prossimo discorso della Corona a maggio, colmerà un vuoto giuridico ritenuto a lungo insormontabile. Dietro la mossa c’è un mosaico di tensioni che vanno dall’escalation di attentati antisemiti in città come Londra e Manchester fino agli allarmi formulati dall’alleato americano: il 24 aprile l’ambasciata statunitense a Londra ha diramato un avviso di sicurezza invitando i propri cittadini a “maggiore cautela” nei luoghi legati a interessi ebraici e americani, sintomo di una minaccia che Washington ritiene ormai concreta e diffusa su tutto il territorio del Regno Unito.

L’allerta statunitense non esprime un divieto di viaggio, ma fotografa un inquietante susseguirsi di attacchi incendiari, piani sventati e intimidazioni contro sinagoghe, enti caritatevoli ebraici e centri culturali, in crescita dalla fine di marzo. Secondo analisti della sicurezza a Bruxelles, questa deriva va letta anche alla luce della strategia d’influenza di Teheran attraverso gruppi affiliati e formazioni proxy che si muovono su piattaforme mediatiche iraniane – tra questi, il poco noto gruppo Ashab al-Yameen, menzionato da fonti londinesi come responsabile di un attivismo digitale sempre più aggressivo. Non è un caso che la nuova normativa britannica, attesa per luglio dopo le elezioni amministrative, preveda per la prima volta la possibilità di colpire organizzazioni sostenute da Stati esteri, superando l’impianto del Terrorism Act del 2000, pensato esclusivamente per attori non statali.

Nell’ottica di Bruxelles, l’approdo britannico allinea Londra a una decisione che l’Unione Europea aveva già preso a febbraio, classificando le Guardie Rivoluzionarie come entità terroristica. Dal canto suo Canberra, confermano analisti australiani, riconosce da tempo il corpo dei pasdaran come istituzione statale di supporto al terrorismo. La distanza che a lungo ha separato il Regno Unito dal continente e da altri alleati anglosassoni era giustificata dal timore di delegittimare indirettamente canali diplomatici ancora aperti con l’Iran. Oggi quel calcolo appare rovesciato: la visita di Starmer nel luogo di culto colpito, accompagnata dalla promessa di “nuovi poteri” per proibire gruppi malvagi sostenuti da Stati, segnala che il governo britannico intende recuperare terreno, anche sotto la pressione di un’opposizione interna che da mesi chiedeva il bando.

Per l’Italia e l’Europa mediterranea, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la formalizzazione del bando britannico accresce la pressione su quei paesi che, come il nostro, hanno finora mantenuto un profilo cauto, temendo ritorsioni sull’asse sciita o l’interruzione di canali negoziali utili a stabilizzare il Levante. Dall’altro, il varo di una legislazione capace di colpire gli attori statali – descritta dal ministero dell’Interno di Londra come uno strumento dal “potere simile alle sanzioni” – potrebbe diventare un modello esportabile in sede di Politica estera e di sicurezza comune, forzando la mano a capitali restie e offrendo un’alternativa alle lungaggini dei regimi sanzionatori europei.

A Teheran, la prospettiva di vedersi equiparata, di fatto, ai gruppi jihadisti che ha formalmente combattuto suona come una provocazione che restringerà ulteriormente gli spazi negoziali sul nucleare, già appesi a un filo dopo il ritiro americano dagli accordi del 2015. Rimane il fatto che la convergenza tra l’allarme di Washington, la nuova determinazione di Londra e il precedente europeo restringe progressivamente il cerchio attorno ai pasdaran e alle loro diramazioni economiche e paramilitari. In attesa del dibattito parlamentare di luglio, l’iniziativa britannica si offre come un fragile ma nitido tentativo di ricomporre la sicurezza interna – scossa da un antisemitismo d’importazione e da un conflitto mediorientale sempre più poroso – con una dottrina che non esiti più a chiamare per nome il nemico, quand’anche indossi l’uniforme di uno Stato.

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