
Londra tra antisemitismo e proteste palestinesi: la sfida di una doppia crisi
Il Regno Unito fronteggia un'ondata di violenza antisemita mentre l'ambasciatore palestinese invoca boicottaggi nonviolenti. Una sintesi tra sicurezza e diplomazia.
L’ondata di aggressioni antisemite che ha scosso il Regno Unito nelle ultime settimane ha raggiunto un punto di rottura tale da costringere il governo di Sua Maestà a dichiarare un «cambiamento fondamentale» nella strategia di protezione della comunità ebraica. L’ambasciatore britannico in Israele, Simon Walters, ha annunciato un rafforzamento senza precedenti della presenza di polizia nei quartieri a maggioranza ebraica di Londra, l’impiego di agenti in borghese e unità anti-terrorismo, e l’innalzamento del livello di minaccia nazionale da «significativo» a «grave». Un giro di vite reso indispensabile dall’accoltellamento di due uomini a Golders Green – il cuore dell’ebraismo londinese – e da una serie di incendi dolosi che hanno paralizzato la capitale britannica.
La reazione di Londra, tuttavia, non si limita alla dimensione interna. Mentre il Regno Unito cerca di arginare l’odio religioso, la diplomazia palestinese prova a forzare un cambio di paradigma con un appello inedito: l’ambasciatore Husam Zomlot, rappresentante del neonato Stato palestinese a Londra, ha chiesto alla sua popolazione di lanciare una campagna di disobbedienza civile di massa contro l’occupazione israeliana, sul modello sudafricano delle sanzioni e dei boicottaggi. Un’uscita che rompe il protocollo e che, per gli analisti di Ramallah, cerca di riportare l’attenzione su una pace ormai sepolta, mentre per gli osservatori di Tel Aviv rischia di alimentare ulteriori tensioni in un momento in cui la Gran Bretagna è già lacerata da un antisemitismo esplosivo.
La sovrapposizione tra queste due crisi – la violenza contro gli ebrei e la richiesta di giustizia per i palestinesi – sta mettendo a dura prova il tessuto sociale e politico britannico. Non è un caso che l’ex leader laburista Jeremy Corbyn, già al centro di polemiche per presunte complicità con l’antisemitismo, sia tornato alla ribalta proprio in queste ore: un suo vecchio video in cui accusava i sionisti britannici di non capire l’ironia inglese è stato riesumato sui social, alimentando il dibattito sulle radici culturali del fenomeno. Da Bruxelles si guarda con preoccupazione: il modello britannico di contrasto all’antisemitismo, con il pugno di ferro sul fronte della sicurezza, potrebbe diventare un precedente per l’intera Unione, dove diversi Paesi – Italia compresa – registrano un’impennata di episodi analoghi dopo l’escalation in Medio Oriente.
Per il momento, le parole di Zomlot restano un’ipotesi lontana: la comunità palestinese in diaspora è frammentata, e la leadership di Abu Mazen ha accolto l’appello con cautela, temendo di perdere il controllo di una piazza che potrebbe radicalizzarsi. Ma è il segnale di una mutazione: se la protesta nonviolenta diventasse davvero di massa, l’equilibrio tra la difesa della comunità ebraica e la legittimità della causa palestinese si farebbe ancora più instabile. E Londra, stretta tra due fuochi, dovrebbe dimostrare di saper proteggere tutti senza alimentare nuove divisioni.
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