
Lutto in Australia: paracadutista muore in collisione. E sull’Everest la stagione si annuncia drammatica
Un militare delle forze speciali australiane ucciso durante un addestramento notturno. Intanto in Himalaya salgono i conti delle vittime tra valanghe e ghiacciai instabili.
Un incidente durante un’esercitazione notturna ha spezzato la vita di Lachlan Muddle, cinquantenne warrant officer del SASR, il reparto d’élite dell’esercito australiano. La collisione in volo con un altro paracadutista, avvenuta a poche centinaia di metri dal suolo sopra l’aeroporto di Jervis Bay, ha innescato una caduta fatale: Muddle è morto sul colpo, mentre il compagno – anch’egli esperto – è rimasto ferito in modo lieve. Secondo gli analisti di Canberra, l’incidente solleva interrogativi sulla sicurezza delle operazioni con visori notturni, già al centro di inchieste dopo un precedente decesso avvenuto due anni fa nella stessa struttura. La comunità militare, colpita da una perdita definita “profonda e irreparabile”, attende ora i risultati dell’indagine interna.
A migliaia di chilometri di distanza, l’Himalaya offre un controcanto altrettanto inquietante. Shelley Johannesen, alpinista statunitense di 53 anni, è stata travolta da una valanga mentre scendeva dal Makalu, la quinta vetta più alta del pianeta. Il corpo senza vita è stato recuperato ai 7.200 metri, sotto il campo 3. La sua morte si aggiunge a quella del ceco David Roubinek e di tre guide nepalesi, tutti periti nel corso della medesima stagione primaverile. Nella prospettiva di Kathmandu, il bilancio è già superiore alla media degli ultimi anni, e la causa non è solo la sfida tecnica: il cambiamento climatico sta destabilizzando i seracchi e modificando i percorsi tradizionali, rendendo imprevedibili anche le rotte collaudate.
Proprio le condizioni dei ghiacciai dell’Everest preoccupano gli operatori turistici e le autorità nepalesi. Quasi cinquecento scalatori, affiancati da altrettante guide locali, attendono da settimane al campo base l’apertura di un passaggio sicuro attraverso il celebre Icefall del Khumbu, ostruito da una massa instabile e crepacciata. I costi di permesso e logistica sono lievitati, ma l’attrazione della vetta più alta del mondo resta irresistibile per molti occidentali – italiani compresi – che ogni anno contribuiscono al flusso di valuta estera per il Nepal. Tuttavia, come sottolineano gli esperti di geopolitica alpina con sede a Bruxelles, il trade-off tra beneficio economico e sicurezza umana si fa ogni stagione più aspro: mancano protocolli vincolanti per valutare i rischi oggettivi, e la responsabilità ricade quasi interamente sull’individuo.
La domanda che si pongono ora i governi di Australia, Nepal e Unione Europea è se sia giunto il momento di introdurre regole più stringenti per le attività ad alto rischio in ambienti estremi. L’addestramento militare, per definizione pericoloso, viene messo sotto la lente per evitare che la routine uccida i migliori elementi. L’alpinismo commerciale, dal canto suo, sconta il paradosso di un business fondato sul coraggio e sulla fortuna. Tra cieli militari e vette himalayane, la lezione è la stessa: la preparazione non basta se le condizioni ambientali diventano ostili e i protocolli restano indietro.
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