
Record di sfollati per guerre: 32 milioni di persone in fuga nel 2025
I conflitti superano per la prima volta i disastri naturali come causa di spostamenti interni. Il caso Sudan è emblematico: un terzo della popolazione in fuga.
Per la prima volta dall’inizio delle rilevazioni, nel 2025 le guerre hanno provocato più sfollati interni delle calamità naturali. Il dato, pubblicato dal Centro di monitoraggio degli spostamenti interni, è drammatico: 32,3 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di violenze e conflitti, con un incremento del 60 per cento rispetto all’anno precedente. Una cifra che supera i 29,9 milioni di sfollati per eventi climatici estremi, segnando una svolta epocale nelle dinamiche migratorie globali. Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, ha parlato di «collasso globale» della protezione dei civili.
Il Sudan rappresenta il punto più acuto di questa crisi. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un terzo della popolazione sudanese – circa 15 milioni di persone – è oggi in fuga, di cui 11,58 milioni all’interno del paese. Dall’aprile 2023, con lo scoppio della guerra civile, si sono registrate 805 ondate di sfollamento, una ogni 33 ore. A rendere ancora più letale il conflitto è l’uso massiccio di droni armati: l’ufficio diritti umani delle Nazioni Unite denuncia che tra gennaio e aprile 2026 almeno 880 civili sono stati uccisi da questi velivoli, l’80 per cento delle vittime civili del periodo. Il commissario Volker Türk ha avvertito che senza un intervento urgente il conflitto entrerà in una «nuova fase, ancora più letale», con il moltiplicarsi dei profughi e l’interruzione degli aiuti umanitari.
A livello planetario, il quadro è altrettanto allarmante: secondo le stime raccolte da varie agenzie, alla fine del 2025 oltre 82 milioni di persone vivevano lontano dalle proprie abitazioni a causa di guerre e crisi climatiche, una popolazione pari a quella della Germania. L’Europa, e l’Italia in prima linea, assiste con crescente preoccupazione a questa espansione della violenza. Da Bruxelles si ripete che la rotta del Mediterraneo centrale rischia di diventare ancora più trafficata, mentre le diplomazie europee faticano a trovare un equilibrio tra pressioni migratorie e impegni umanitari. Nell’ottica di Pechino, invece, il Sudan resta un nodo strategico per gli investimenti e le rotte commerciali, e la Cina guarda con cautela a un intervento internazionale che potrebbe alterare gli equilibri regionali.
L’analisi degli esperti è netta: la combinazione tra conflitti asimmetrici, proliferazione di armi a basso costo come i droni e crisi climatica sta generando un ciclo di violenza e spostamenti senza precedenti. I prossimi mesi saranno cruciali: la stagione delle piogge in Sudan, tradizionale freno alle operazioni militari, potrebbe stavolta non bastare a fermare i combattimenti, accelerando nuovi esodi di massa. Il mondo – ammoniscono le Nazioni Unite – si trova di fronte a un bivio: agire subito per arginare le cause profonde dello sfollamento o prepararsi a gestire una crisi umanitaria di dimensioni bibliche, con ricadute che toccheranno anche i paesi del nostro continente.
| Stampa del Golfo arabo | +0.60 | aligned |
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| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.30 | critical |
La stampa del Golfo inquadra gli sfollamenti record come conseguenza dell'aggressione iraniana, sottolineando la resilienza degli Emirati e gli investimenti nel futuro nonostante il caos regionale. Il conflitto minaccia la sicurezza energetica globale, ma il Golfo resta un bastione di stabilità e innovazione.
La stampa del Levante e del Maghreb si concentra sul costo astronomico della guerra e sulla tregua fragile, osservando che la crisi degli sfollati è aggravata dall'instabilità persistente e da minacce dirette come l'infiltrazione in Kuwait. L'enfasi è sulla necessità di una soluzione diplomatica e sulla rappresentanza equa dell'Africa nei consessi globali.
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