
Magyar a Bruxelles: «I fondi Ue saranno presto sbloccati». L'Ungheria volta pagina
Non aveva ancora giurato da primo ministro, ma Péter Magyar è già atterrato a Bruxelles per scrivere un nuovo capitolo nei rapporti tra l'Ungheria e l'Unione europea. L'incontro con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e con il presidente del Consiglio Europeo António Costa – accolto da molti osservatori come un evento eccezionale per tempestività – si è concluso con parole che Budapest attendeva da sedici anni: «In una frase: presto le risorse dell'Ue arriveranno in Ungheria». Il leader del partito Tisza, trionfatore alle elezioni del 12 aprile, ha così dato concretezza a una promessa che lo ha portato a travolgere l'egemonia di Viktor Orbán, quella di sbloccare i miliardi congelati da Bruxelles per le ripetute violazioni dello Stato di diritto e per i sospetti di corruzione.
L'intesa politica sarà formalizzata il 25 maggio, quando Magyar tornerà nella capitale europea per firmare un accordo che sbloccherà «diverse migliaia di miliardi di fiorini» – circa diciotto miliardi di euro secondo fonti europee – destinati a bilancio e fondi speciali. Un tesoretto indispensabile per quell'«Ungheria efficiente e umana» sbandierata in campagna elettorale, ma anche un segnale potente di discontinuità rispetto alla stagione dei veti incrociati e della propaganda sovranista. Da Bruxelles, l'urgenza di ricevere Magyar prima ancora dell'insediamento ufficiale del 9 maggio rivela la volontà di cavalcare la finestra di opportunità apertasi con la sconfitta di Orbán e con l'indebolimento complessivo del fronte nazionalista, in un momento in cui l'Unione cerca di accrescere la propria capacità d'azione sulla scena globale. Non è un caso che analisti tedeschi e francesi parlino di una ritrovata spinta propulsiva per il progetto europeo, dopo anni in cui il premier ungherese uscente e Donald Trump fornivano alla retorica euroscettica un alibi permanente.
Tuttavia, il cambio di rotta non sarà privo di ostacoli. Da Budapest si moltiplicano le notizie di oligarchi orbitanti attorno all'ex governo che trasferiscono decine di miliardi di fiorini verso Emirati Arabi, Stati Uniti e Uruguay, mentre intere famiglie lasciano il Paese e ritirano i figli dalle scuole. Magyar ha annunciato un programma di riforme profonde per recuperare il denaro pubblico e riallineare l'Ungheria agli standard democratici europei, ma la sua strada incrocerà probabilmente la Corte costituzionale, nominata da Orbán, che potrebbe rallentare o impugnare le misure più incisive. Il paradosso è che proprio mentre l'esecutivo comunitario si dichiara pronto a collaborare in modo «focalizzato e strutturato», la capacità di mantenere le promesse dipenderà dalla rapidità con cui il nuovo premier saprà scardinare il sistema di potere ereditato.
Nelle capitali europee si respira un cauto ottimismo, mitigato dalla consapevolezza che il disgelo ungherese non risolve da solo le tensioni interne all'Unione. Da Parigi, Marine Le Pen è alle prese con inchieste giudiziarie e con la sconfitta elettorale del suo alleato d'oltralpe, mentre da L'Aia e da Stoccolma le spinte per un arretramento sovranista sembrano aver perso mordente. Eppure, come rilevano commentatori mitteleuropei, il vero limite resta la mancanza di volontà politica dei Ventisette di sfruttare fino in fondo questa fase favorevole per dotarsi di strumenti decisionali più agili. Il rischio è che l'uscita di scena di Orbán venga archiviata come una parentesi, senza trasformare strutturalmente il rapporto tra sovranità nazionali e centro comunitario.
L'Ungheria si appresta così a diventare un banco di prova per l'intera architettura europea. Se le riforme promesse da Magyar si concretizzeranno e i fondi potranno davvero rilanciare l'economia magiara, il successo fornirà un argomento formidabile a chi crede nell'integrazione per risultati. In caso contrario, il risentimento dei cittadini ungheresi potrebbe presto sbocciare in nuovi populismi, magari meno pittoreschi ma non meno pericolosi. Mentre il dialogo tra l'Uomo e von der Leyen accelera, l'Europa osserva: il disgelo è iniziato, ma l'inverno istituzionale non potrà dirsi alle spalle finché le promesse non diventeranno decreti e i decreti cantieri.
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