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giovedì 30 aprile 2026

Urne e algoritmi: Mosca vieta i volti sintetici, Swift si blinda negli Usa

La campagna elettorale russa sarà la prima a dover fare i conti con un divieto esplicito: niente volti generati dall'intelligenza artificiale senza consenso scritto. Il Consiglio della Federazione ha approvato in via definitiva un pacchetto di norme che ridisegna il perimetro della propaganda politica nell'era dei deepfake. Da un lato si autorizza l'uso dell'immagine e della voce sintetica del candidato, o di chiunque abbia firmato una liberatoria; dall'altro si proibisce tassativamente l'impiego di sembianze artificiali di defunti, figure di fantasia o cittadini che non abbiano espresso un assenso formale. Qualora un soggetto risulti affiliato a un «agente straniero», l'obbligo di inserire l'apposita etichetta trasforma ogni manifesto in un potenziale campo minato legale. È una blindatura che, negli ambienti vicini al Cremlino, viene letta come strumento di sovranità informativa, un argine contro quella che a Mosca definiscono ingerenza algoritmica nelle proprie consultazioni interne.

La mossa di Mosca arriva mentre sull'altra sponda dell'Atlantico il mondo dello spettacolo sperimenta una forma diversa – e più individuale – di autodifesa. Taylor Swift ha depositato presso l'ufficio brevetti statunitense la registrazione della propria voce e immagine, accompagnata da frasi iconiche estratte dai tour e dalle piattaforme digitali. Non si tratta della consueta tutela del marchio, ma di un'operazione chirurgica concepita per colmare un vuoto normativo che il copyright tradizionale non riesce a coprire: quello delle repliche sintetiche non autorizzate. La decisione è maturata dopo la circolazione di falsi endorsement politici e deepfake che hanno messo la popstar al centro di controversie mai cercate. Negli Stati Uniti, dove l'assenza di una legge federale organica sull'AI lascia ampio margine alla giungla delle imitazioni digitali, il gesto di Swift rappresenta una sorta di common law privata: un precedente che sta già spingendo altri artisti a muoversi nella stessa direzione.

Questi due episodi, apparentemente distanti, disegnano in realtà una traiettoria comune. Da Pechino a Bruxelles, il 2024 è stato l'anno in cui la sintesi audiovisiva ha bussato con prepotenza alle porte della politica e del mercato. Secondo gli analisti di Bruxelles, il nuovo AI Act europeo ha fissato paletti importanti in materia di trasparenza per i contenuti generati, ma resta fragile nel momento in cui il deepfake invade la sfera elettorale prima ancora di quella commerciale. La tensione tra libertà di espressione e tutela della veridicità del dibattito pubblico percorre come una crepa i palazzi della Commissione, dove si guarda con attenzione all'esperimento normativo russo non per simpatia geopolitica, bensì come a un banco di prova – per quanto autoritario – sull'efficacia di un divieto categorico.

L'Italia si trova nella classica posizione mediana, con un'agenda regolatoria che procede al traino dell'AI Act ma con una sensibilità politica acuita dalle recenti fibrillazioni. Episodi di audio artefatti e video manipolati hanno già lambito il discorso pubblico nazionale, sollevando interrogativi sulla tenuta degli attuali presidi dell'Agcom e del Garante per la protezione dei dati. Il provvedimento di Mosca, con la sua rigidità, e l'escamotage californiano di Swift, con la sua flessibilità privatistica, offrono due visioni antitetiche che però convergono su un punto: gli Stati e gli individui stanno cercando, ciascuno a modo proprio, di sottrarre il volto umano alla replicabilità infinita delle macchine.

L'orizzonte è quello di una rincorsa perpetua tra tecnologia e legislazione. La prossima generazione di generatori di immagini renderà probabilmente obsoleti molti dei marcatori di riconoscimento su cui oggi si fondano gli obblighi di etichettatura. Di fronte a questa prospettiva, l'approccio preventivo – che sia lo scudo legale di una cantante miliardaria o la proibizione statale di una potenza nucleare – potrebbe trasformarsi da eccezione a regola. Resta da capire se l'Europa saprà trovare una terza via, capace di preservare la democrazia senza spegnere l'innovazione, prima che la prossima campagna elettorale venga decisa da un sorriso che non appartiene a nessuno.

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Urne e algoritmi: Mosca vieta i volti sintetici, Swift si blinda negli Usa

La campagna elettorale russa sarà la prima a dover fare i conti con un divieto esplicito: niente volti generati dall'intelligenza artificiale senza consenso scritto. Il Consiglio della Federazione ha approvato in via definitiva un pacchetto di norme che ridisegna il perimetro della propaganda politica nell'era dei deepfake. Da un lato si autorizza l'uso dell'immagine e della voce sintetica del candidato, o di chiunque abbia firmato una liberatoria; dall'altro si proibisce tassativamente l'impiego di sembianze artificiali di defunti, figure di fantasia o cittadini che non abbiano espresso un assenso formale. Qualora un soggetto risulti affiliato a un «agente straniero», l'obbligo di inserire l'apposita etichetta trasforma ogni manifesto in un potenziale campo minato legale. È una blindatura che, negli ambienti vicini al Cremlino, viene letta come strumento di sovranità informativa, un argine contro quella che a Mosca definiscono ingerenza algoritmica nelle proprie consultazioni interne.

La mossa di Mosca arriva mentre sull'altra sponda dell'Atlantico il mondo dello spettacolo sperimenta una forma diversa – e più individuale – di autodifesa. Taylor Swift ha depositato presso l'ufficio brevetti statunitense la registrazione della propria voce e immagine, accompagnata da frasi iconiche estratte dai tour e dalle piattaforme digitali. Non si tratta della consueta tutela del marchio, ma di un'operazione chirurgica concepita per colmare un vuoto normativo che il copyright tradizionale non riesce a coprire: quello delle repliche sintetiche non autorizzate. La decisione è maturata dopo la circolazione di falsi endorsement politici e deepfake che hanno messo la popstar al centro di controversie mai cercate. Negli Stati Uniti, dove l'assenza di una legge federale organica sull'AI lascia ampio margine alla giungla delle imitazioni digitali, il gesto di Swift rappresenta una sorta di common law privata: un precedente che sta già spingendo altri artisti a muoversi nella stessa direzione.

Questi due episodi, apparentemente distanti, disegnano in realtà una traiettoria comune. Da Pechino a Bruxelles, il 2024 è stato l'anno in cui la sintesi audiovisiva ha bussato con prepotenza alle porte della politica e del mercato. Secondo gli analisti di Bruxelles, il nuovo AI Act europeo ha fissato paletti importanti in materia di trasparenza per i contenuti generati, ma resta fragile nel momento in cui il deepfake invade la sfera elettorale prima ancora di quella commerciale. La tensione tra libertà di espressione e tutela della veridicità del dibattito pubblico percorre come una crepa i palazzi della Commissione, dove si guarda con attenzione all'esperimento normativo russo non per simpatia geopolitica, bensì come a un banco di prova – per quanto autoritario – sull'efficacia di un divieto categorico.

L'Italia si trova nella classica posizione mediana, con un'agenda regolatoria che procede al traino dell'AI Act ma con una sensibilità politica acuita dalle recenti fibrillazioni. Episodi di audio artefatti e video manipolati hanno già lambito il discorso pubblico nazionale, sollevando interrogativi sulla tenuta degli attuali presidi dell'Agcom e del Garante per la protezione dei dati. Il provvedimento di Mosca, con la sua rigidità, e l'escamotage californiano di Swift, con la sua flessibilità privatistica, offrono due visioni antitetiche che però convergono su un punto: gli Stati e gli individui stanno cercando, ciascuno a modo proprio, di sottrarre il volto umano alla replicabilità infinita delle macchine.

L'orizzonte è quello di una rincorsa perpetua tra tecnologia e legislazione. La prossima generazione di generatori di immagini renderà probabilmente obsoleti molti dei marcatori di riconoscimento su cui oggi si fondano gli obblighi di etichettatura. Di fronte a questa prospettiva, l'approccio preventivo – che sia lo scudo legale di una cantante miliardaria o la proibizione statale di una potenza nucleare – potrebbe trasformarsi da eccezione a regola. Resta da capire se l'Europa saprà trovare una terza via, capace di preservare la democrazia senza spegnere l'innovazione, prima che la prossima campagna elettorale venga decisa da un sorriso che non appartiene a nessuno.

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