
Merz esclude elezioni anticipate, ma la grande coalizione barcolla tra crisi e sfiducia
Il cancelliere tedesco chiude la porta a governi di minoranza e voto anticipato, mentre i sondaggi lo danno in caduta libera e i partner litigano.
Friedrich Merz ha tagliato corto: niente governi di minoranza, niente elezioni anticipate. Parlando al Wirtschaftstag del suo partito, il cancelliere ha voluto blindare la grande coalizione con la Spd proprio mentre i sondaggi la seppelliscono e le tensioni interne minacciano di farla esplodere. Per gli analisti di Berlino, la mossa è al tempo stesso un atto di autorità e un sintomo di debolezza: Merz prova a tenere insieme un esecutivo che arranca su tutti i fronti, dall'economia alla politica estera, e il cui primo compleanno si avvicina tra malumori e sfiducia reciproca.
Da un lato l'ala socialdemocratica teme che il leader cristiano-democratico voglia sacrificarla sull'altare di una linea più conservatrice; dall'altro la Cdu si sente frenata da un alleato troppo piccolo per dettare legge ma abbastanza grande da paralizzare le riforme. Il risultato, come notano gli osservatori di Bruxelles, è un governo che arretra di fronte alle sfide strutturali – la transizione energetica, la competitività industriale, il rapporto con Washington – e si ripiega su misure tampone come il controverso sconto sul carburante, che lo stesso Merz ha definito «così così». Un espediente che non convince né gli elettori né i partner europei, i quali guardano con crescente preoccupazione alla deriva tedesca mentre la guerra in Ucraina continua a pesare sulle economie del continente.
Nel frattempo, la politica estera offre altri scogli. La disputa con l'amministrazione Trump sulla linea da tenere verso l'Iran ha messo in luce la difficoltà di Merz a muoversi tra fermezza e diplomazia: secondo l'ottica di Pechino, la Germania rischia di restare schiacciata tra le richieste americane e gli interessi europei, mentre da Tel Aviv arriva un gesto concreto – la fornitura di kerosene per alleviare la crisi energetica legata allo Stretto di Hormuz – che evidenzia quanto Berlino dipenda da aiuti esterni. A tutto questo si aggiunge la fragilità personale del cancelliere, che nei talk show televisivi alterna accuse ai partner a lamenti sulla propria sorte: una «nuova cultura del piagnisteo», come l'ha definita la stampa svizzera, che allontana gli elettori e favorisce l'avanzata dell'estrema destra.
Per gli analisti di Parigi, la crisi tedesca è un campanello d'allarme per tutta l'Unione: se la locomotiva si ferma, il treno europeo deraglia. La domanda ora è se la paura comune – quella di perdere il potere – riuscirà a tenere insieme Cdu e Spd più delle loro divergenze. I prossimi mesi diranno se Merz saprà trasformare l'angoscia in governo, o se la grande coalizione si avvierà verso una lenta agonia.
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