
Merz boccia l’America: «Non manderei i miei figli a studiare negli Usa»
Il cancelliere tedesco sconsiglia ai giovani di trasferirsi negli Stati Uniti. È l’ultimo segnale della frattura tra Europa e amministrazione Trump.
Friedrich Merz non ha usato mezzi termini. Intervenendo alla Convenzione cattolica tedesca di Würzburg, il cancelliere ha dichiarato di non consigliare ai propri figli — e per estensione ai giovani tedeschi — di trasferirsi negli Stati Uniti per studiare o lavorare. «Sono un grande ammiratore dell’America», ha detto, «ma in questo momento la mia ammirazione non sta crescendo». Il riferimento è al «clima sociale che si è creato all’improvviso» negli Stati Uniti, dove perfino le persone più istruite incontrano difficoltà crescenti. L’affermazione, accolta da applausi, è l’ultimo e più personale segnale di una frattura che si allarga tra Berlino e Washington.
Le parole di Merz arrivano in un momento di tensione senza precedenti tra l’Europa e l’amministrazione Trump. Solo poche settimane fa, il cancelliere aveva definito «umiliata» l’America nel conflitto con l’Iran, provocando l’ira del presidente statunitense. Secondo fonti diplomatiche, la reazione di Washington è stata immediata: l’annuncio del ritiro parziale delle truppe dalla Germania e l’inasprimento dei dazi sulle auto europee. La crisi tocca da vicino anche l’Italia, che proprio in Germania ha uno dei suoi principali partner commerciali e che condivide con Berlino la preoccupazione per il futuro della Nato. A Bruxelles, i funzionari seguono con crescente apprensione il deterioramento del dialogo transatlantico: l’asse franco-tedesco si è già mosso per rafforzare l’autonomia strategica europea, ma dichiarazioni come queste rischiano di accelerare i tempi di una disconnessione culturale ed economica.
Da Washington, al momento, non è arrivata una replica ufficiale, ma negli ambienti conservatori le parole di Merz sono state accolte con fastidio. L’amministrazione Trump considera la Germania un alleato riluttante, colpevole di non investire abbastanza nella difesa comune e di privilegiare gli scambi con Pechino. Ed è proprio dalla Cina che arriva uno sguardo attento: come sottolineano analisti di Pechino, la frattura tra Europa e Stati Uniti gioca a favore di un riallineamento globale, con la prospettiva di intercettare flussi di investimento e talenti che potrebbero deviare dall’Atlantico verso l’Asia. Il vero nodo, per il cancelliere tedesco, è se queste parole rimarranno un episodio retorico o segneranno una svolta concreta. In un’Europa che cerca una propria identità strategica, il monito di Merz potrebbe diventare il primo tassello di una politica estera più indipendente. Ma il prezzo, per Berlino e per Roma, sarà forse una maggiore solitudine diplomatica.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa iraniana e affini | +0.10 | neutral |
Il cancelliere tedesco Merz ha dichiarato che non consiglierebbe ai propri figli di studiare o lavorare negli Stati Uniti, criticando l'attuale clima sociale. La notizia viene riportata in modo distaccato, come una semplice dichiarazione scomoda, senza aggiungere analisi politiche profonde. Il tono è neutro e descrittivo, concentrato sulle parole testuali del leader tedesco.
La stampa tedesca riporta l'uscita di Merz contro gli Stati Uniti, ma la inquadra come una mossa rischiosa e potenzialmente dannosa per le relazioni transatlantiche. Alcuni commenti sottolineano l'ipocrisia del cancelliere, che alterna toni concilianti a dichiarazioni spigolose, mentre altri si concentrano sulle interruzioni dei manifestanti durante il suo discorso. L'enfasi è sulle conseguenze politiche immediate e sull'opportunità della dichiarazione in un momento di tensione.
La stampa iraniana riporta con enfasi le critiche del cancelliere tedesco verso gli Stati Uniti, collegandole alle tensioni globali create dalla presidenza Trump e al conflitto in Ucraina. Viene sottolineato come le parole di Merz riflettano una crescente frattura tra Europa e America, anche sulla questione iraniana. Il tono è allarmato ma distaccato, interpretando la dichiarazione come un segnale di debolezza dell'alleanza occidentale.
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