
Michael, re al botteghino: il biopic che ignora le ombre e conquista il mondo
Si preannunciava come uno dei film più controversi dell’anno, e invece ‘Michael’ si sta rivelando un colosso commerciale capace di ridisegnare le gerarchie del box office globale. Mentre la critica lo liquida come un infomercial patinato, il pubblico americano ha decretato un verdetto inequivocabile: quasi quaranta milioni di dollari incassati nel solo venerdì d’esordio, con proiezioni che per il weekend si spingono tra i novanta e i cento milioni, secondi soltanto al fenomeno animato ‘The Super Mario Galaxy Movie’.
Il dato, diffuso dagli analisti di Los Angeles, colloca la pellicola ben oltre i settanta milioni ipotizzati alla vigilia e rilancia la partita su scala planetaria: complice un’uscita internazionale massiccia, il biopic potrebbe sfiorare i centottanta milioni nel primo fine settimana, recuperando pressoché subito un budget di produzione di circa duecento milioni. Numeri che, secondo gli osservatori britannici, faranno di ‘Michael’ il secondo miglior debutto domestico dell’anno e il primo in assoluto per un ritratto di una pop star, superando persino i precedenti di ‘Oppenheimer’ e ‘Dune – Parte Due’ negli incassi delle anteprime.
Dietro il trionfo c’è un’operazione chirurgica di controllo dell’eredità Jackson. Prodotto dall’Estate del cantante, il film vede tra i produttori esecutivi quasi tutti i fratelli – con la vistosa assenza di Janet, estranea al progetto – e affida il ruolo del protagonista a Jaafar, figlio di Jermaine e nipote della star. La scelta di chiudere la narrazione nel 1988, prima delle accuse di abusi su minori, è la chiave che spiega la forbice tra il giudizio dei recensori e l’entusiasmo delle sale. I commentatori messicani parlano di un’opera «controversial y taquillera», dove l’invito alla première – «Celebriamo un’icona!» – è già un manifesto: il film mette a ballare i fan, ma rimuove deliberatamente ogni zona d’ombra.
L’ottica latino-americana, condivisa anche dalle firme argentine, è impietosa: il Michael Jackson di celluloide è un’ombra priva di spessore, lontano dalla tensione perfezionista che il documentario ‘This Is It’ aveva restituito. Una sequenza iniziale, in cui il giovane talento impara dal fondatore della Motown Berry Gordy che «in questo mestiere puoi inventarti quasi tutto», diventa la perfetta metafora di un lungometraggio che, secondo gli analisti di Città del Messico, non indaga ma consacra, trasformando la sala in un mausoleo luccicante.
Il successo commerciale interroga l’Europa e l’Italia, dove il mito di Jackson è stato storicamente solido ma dove la sensibilità verso le vicende giudiziarie dell’artista resta alta. Se negli Stati Uniti il divario tra critica e pubblico si è tradotto in un passaparola travolgente, da noi il film potrebbe scontare una maggiore resistenza culturale, specie presso quella platea che ha seguito con attenzione i documentari d’inchiesta sul caso. Eppure, l’appeal della nostalgia musicale e la potenza del brand Jackson sembrano in grado di scavalcare ogni recinzione critica, riproponendo la domanda che già fu di altri biopic autorizzati: quanto può essere indolore la celebrazione, prima che l’oblio diventi complice? La risposta arriverà forse con la seconda parte annunciata, che dovrà necessariamente addentrarsi negli anni Novanta e nel processo. Lì il compromesso tra spettacolo e verità sarà molto più difficile da orchestrare – ed è lì che si misurerà la vera eredità di questo Re del pop.
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