
Mondiale 2026, a 50 giorni dal via: vendita, entusiasmo a due velocità e sfida climatica
A cinquanta giorni dal calcio d’inizio della prima Coppa del Mondo a 48 squadre e tre sedi, la Fifa prova a smuovere un mercato dei biglietti che stenta a decollare oltre le attese. Il nuovo lotto di tagliandi messo in vendita dal 22 aprile copre tutti i 104 incontri del torneo, ma il vero nodo è altrove: secondo gli analisti nordamericani, i prezzi proibitivi e la scarsa attrattiva di alcune partite della fase a gironi stanno frenando la domanda, in particolare negli Stati Uniti. Il match inaugurale della nazionale a stelle e strisce contro il Paraguay al SoFi Stadium di Los Angeles registra vendite inferiori a quelle di partite di profilo mediatico minore, segnale di una certa disaffezione che allarma gli organizzatori locali. Il contrasto con il Messico è netto: l’86 per cento dei messicani è pienamente consapevole che il paese sarà co-ospite, contro il 44 per cento degli statunitensi e il 57 dei canadesi, secondo un sondaggio recente. L’entusiasmo a sud del Rio Grande è già febbre mondiale, mentre a nord l’indifferenza sembra la norma, complice forse un calendario sportivo saturo e una comunicazione poco incisiva.
Non sono solo le vendite a preoccupare. Il rinnovato riecheggiare del grido omofobo negli stadi messicani, nonostante le diciannove multe comminate dalla Fifa dal 2014, riaccende i riflettori su un comportamento che potrebbe costare caro al paese co-ospite. La federazione messicana ha tentato di arginarlo con misure locali, ma la recrudescenza del fenomeno a pochi mesi dal torneo mette in dubbio l’efficacia dei protocolli adottati. Dal punto di vista ambientale, poi, il Mondiale più grande di sempre solleva interrogativi ancora più profondi. I ricercatori dell’Università Nazionale Autonoma del Messico avvertono che l’aumento di voli e spostamenti legato a 104 partite in tre paesi produrrà un’impronta di carbonio senza precedenti, mentre il pianeta ha già superato la soglia critica di 1,5 gradi di riscaldamento globale.
In questo quadro, l’Europa e l’Italia osservano con attenzione: da un lato, l’esperienza nordamericana potrebbe ridefinire il modello logistico e commerciale dei grandi eventi sportivi, dall’altro, le difficoltà nella vendita e la polarizzazione dell’entusiasmo suggeriscono che la formula a tre sedi e a 48 squadre, voluta dalla Fifa per massimizzare i ricavi, nasconde rischi di saturazione e di disimpegno del pubblico. La strada verso il 12 giugno 2026 resta lastricata di incognite, e il vero banco di prova non sarà solo il campo, ma la capacità di coniugare spettacolo, inclusione e sostenibilità.
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