
Murakami torna con un’eroina: il primo romanzo al femminile e le altre storie che uniscono il mondo
Il prossimo luglio segnerà un ritorno molto atteso nelle librerie di tutto il mondo: Haruki Murakami pubblicherà in Giappone “The Tale of KAHO”, il suo primo romanzo dopo tre anni. La novità non è solo cronologica, ma strutturale: per la prima volta nella sua produzione, lo scrittore di Kyoto affida la voce narrante a una protagonista esclusivamente femminile, una giovane autrice di libri illustrati di nome Kaho. Secondo gli analisti editoriali di Tokyo, la scelta amplia ulteriormente il dialogo tra Oriente e Occidente che da sempre caratterizza la sua opera, come sottolineano anche i critici del mondo arabo, i quali vedono in Murakami una figura ibrida capace di parlare a un pubblico globale attraverso l’universalità dell’isolamento e dell’esperienza individuale.
La sua scrittura, che fonde riferimenti alla cultura pop americana con la sensibilità giapponese, sembra quindi trovare una nuova declinazione in questo sguardo al femminile, forse il passo più coraggioso di una carriera già segnata da innovazioni tematiche. Non è solo la narrativa a raccontare storie in grado di varcare i confini. In India, la regista Rachita Gorowala ha presentato al Festival di Hong Kong il suo cortometraggio “Umas”, un ritratto intimo e struggente di una massaggiatrice che si prende cura di una anziana paralizzata a Mumbai.
La pellicola, girata in bianco e nero, indaga la geometria del tocco e del lutto con una delicatezza che riecheggia l’approccio di Murakami al dolore privato. Più a est, in Giappone, il regista Yūya Ishii ha invece scelto una strada diversa per esplorare il cuore umano: il suo nuovo film “Perché si scrive una lettera d’amore?” parte da un fatto realmente accaduto per riflettere su come la verità possa essere reinventata dalla finzione, un paradosso che interpella il pubblico di ogni latitudine, compreso quello europeo, dove il dibattito sulla contaminazione tra realtà e immaginazione è sempre acceso. Ancora più estrema è la sfida della regista Aki Fujimoto, che in “Lost Land” segue due bambini rohingya in fuga dal Myanmar verso la Malesia.
Il film non mostra violenza diretta, ma costruisce un legame empatico così forte che, come ha dichiarato la regista, gli spettatori non potranno più sentire quei bambini come estranei. In un’epoca in cui le barriere fisiche e culturali sembrano rafforzarsi, queste opere — dal romanzo di Murakami al cinema indipendente — tracciano un filo invisibile ma tenace: quello di una narrazione che cerca di ricucire ciò che la geopolitica divide. Per l’Italia e l’Europa, sempre più impegnate a mediare tra identità nazionale e apertura al mondo, queste storie offrono una bussola preziosa: la possibilità di riconoscersi nell’altro, anche quando l’altro non parla la nostra lingua.
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