
Mythos, l’IA che infrange ogni difesa: la password non basta più
Un nuovo modello di intelligenza artificiale viola i sistemi informatici. Crescono gli attacchi all’identità digitale: un utente su tre è stato colpito.
Da una sala wedding a Bali, Nicholas Carlini ha aperto il suo laptop e ha messo in ginocchio la sicurezza informatica globale. Il ricercatore, pagato da Anthropic per testare i limiti dei loro modelli, ha scoperto che Mythos, l’ultimo prototipo di intelligenza artificiale, è in grado di infiltrarsi in sistemi bancari e governativi con tecniche che fino a ieri sembravano fantascienza. L’episodio, riportato da fonti vicine alla Silicon Valley, segna una svolta: non sono più solo gli hacker umani a minacciare le reti, ma macchine addestrate per eludere ogni barriera.
Il problema, però, è più profondo. Secondo gli analisti di Buenos Aires, nell’ultimo anno un utente su tre ha subito un incidente di sicurezza, e il costo ricade direttamente sulle imprese. Le rilevazioni globali delle peggiori password – ‘123456’, ‘admin’, ‘12345678’ – continuano a dominare le classifiche, nonostante decenni di avvertimenti.
Gli esperti di Dubai aggiungono un dato allarmante: nella prima metà del 2025 gli attacchi basati sull’identità sono cresciuti del 32 per cento, e il 97 per cento sfrutta ancora le credenziali deboli. La fragilità non è più individuale, ma sistemica. Intanto, negli Stati Uniti matura una riflessione che gli osservatori di Bruxelles guardano con attenzione: l’età del nichilismo dei dati.
Ogni clic, ogni foto, ogni ricerca alimenta l’intelligenza artificiale, ma per l’utente comune questi frammenti digitali hanno perso qualsiasi valore percepito. Li regaliamo alle aziende più ricche del pianeta, senza opporci, perché ci sentiamo impotenti. È un cortocircuito che la normativa europea, con il Gdpr, prova a correggere, ma la distanza tra regole e comportamenti quotidiani resta enorme.
La risposta, secondo i ricercatori di Palo Alto e gli analisti del Golfo, non può più essere una password più lunga o più complicata. Il futuro dell’autenticazione passa per metodi senza credenziali: biometria, chiavi fisiche, token temporanei. Ma la transizione è lenta e costosa, mentre gli attacchi si moltiplicano.
E mentre l’intelligenza artificiale impara a violare, l’illusione che un maggior accesso alle informazioni ci rendesse più empatici si sgretola: come osservano alcuni critici della rete, l’abbondanza di contenuti ha premiato solo ciò che è più facile da consumare, non ciò che è vero. La sfida, per l’Europa e per l’Italia in particolare, è duplice: difendere le infrastrutture critiche da minacce sempre più autonome e, al tempo stesso, restituire alle persone il controllo sui propri dati. Non bastano le campagne di sensibilizzazione: serve un cambiamento radicale nell’architettura digitale.
Il World Password Day di quest’anno, più che un promemoria, suona come un campanello d’allarme. L’era della password, fragile e inadeguata, volge al termine. Resta da capire se saremo pronti a sostituirla prima che sia troppo tardi.
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