
Narges Mohammadi tra vita e morte: Teheran nega il trasferimento in un ospedale attrezzato
La premio Nobel per la pace 2023, detenuta in Iran, è in terapia intensiva dopo due attacchi cardiaci. La famiglia chiede il ricovero a Teheran, le autorità bloccano.
La sorte di Narges Mohammadi, attivista iraniana e Nobel per la pace 2023, si è improvvisamente aggravata fino a sospenderla tra la vita e la morte. Ricoverata d’urgenza in un ospedale di Zanjan dopo aver perso conoscenza in cella, la donna ha subito due arresti cardiaci e ora si trova in terapia intensiva, assistita da ossigeno. La sua avvocata, Shirin Ardakani, ha parlato da Parigi di una battaglia non solo per la libertà, ma per tenere il cuore in battito: «Non abbiamo mai temuto così tanto per la sua vita». Il fratello Hamidreza, che segue la vicenda da Oslo, riferisce che i medici curanti hanno raccomandato il trasferimento immediato in un ospedale di Teheran, dove sarebbero disponibili cure specialistiche. Ma la decisione è stata bloccata da funzionari della sicurezza, secondo la famiglia, in una scelta che appare come una ritorsione per l’attivismo della detenuta.
Dal carcere di Zanjan, le voci che filtrano raccontano di un regime che continua a negare l’accesso a cure adeguate, malgrado i segnali sempre più allarmanti. La linea di Teheran, secondo fonti vicine al dossier, sembra ispirata a una logica punitiva: tenere Mohammad in un ospedale periferico e sotto stretto controllo, piuttosto che in una struttura della capitale dove l’attenzione mediatica e diplomatica sarebbe più difficile da gestire. Il paragone, evocato dalla stessa avvocata, con la fine del dissidente cinese Liu Xiaobo e del russo Aleksej Navalny – morti entrambi mentre erano sotto la custodia dello Stato – rende la posta in gioco ancora più alta per l’immagine internazionale dell’Iran.
La comunità medica globale ha rotto gli indugi. L’Associazione mondiale di medicina, con sede a Ginevra, ha chiesto «accesso immediato a cure specialistiche» per Mohammad, ricordando che negare le prestazioni sanitarie a un detenuto viola i patti internazionali firmati dall’Iran. Da Bruxelles, fonti diplomatiche europee fanno sapere che il caso è seguito con «crescente preoccupazione» e potrebbe finire al centro del prossimo dibattito al Parlamento europeo, dove già si discute di nuove sanzioni contro il regime dei pasdaran. Anche l’Italia, che negli ultimi anni ha ospitato iniziative per i diritti umani in Iran, segue la vicenda con attenzione: il ministero degli Esteri valuta se sollevare il caso nei prossimi contatti con la controparte iraniana.
L’evoluzione della salute di Narges Mohammadi diventa così un test per la credibilità delle istituzioni iraniane di fronte all’opinione pubblica mondiale. Se il regime non dovesse autorizzare il trasferimento a Teheran, il rischio è che la sua morte in carcere – come già accaduto per altri oppositori – trasformi la Nobel in un simbolo ancora più potente, capace di unire l’opposizione in esilio e di riaccendere le proteste interne. Per ora la famiglia chiede solo un gesto di umanità: un letto in un ospedale che possa tenerla in vita. Ma in un sistema che considera la dissidenza un crimine, anche la salute diventa un campo di battaglia.
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