
Netanyahu negato il perdono: Herzog sceglie la mediazione per un patteggiamento
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha respinto, almeno per ora, la richiesta di grazia presentata dal premier Benjamin Netanyahu, scegliendo di aprire un canale di mediazione per un accordo di patteggiamento. La decisione, comunicata domenica, segna una svolta in un caso che da quasi sei anni tiene in scacco la politica israeliana, con Netanyahu primo capo di governo in carica a essere processato per corruzione, frode e abuso di fiducia. Secondo fonti vicine alla presidenza, Herzog ritiene che il suo ruolo istituzionale sia quello di favorire l’unità nazionale, e che una soluzione negoziata fuori dall’aula del tribunale possa evitare ulteriori lacerazioni. La mossa arriva dopo mesi di pressioni internazionali, in particolare dall’amministrazione Trump, che aveva apertamente sostenuto la richiesta di clemenza di Netanyahu, e in un clima di crescente polarizzazione interna, con cinque tornate elettorali tra il 2019 e il 2022 e un nuovo voto previsto entro l’ottobre 2026.
L’ottica di Washington si intreccia con quella di Gerusalemme in modo complesso. Da un lato, il presidente americano Donald Trump resta il più influente sostenitore del premier israeliano; dall’altro, il suo appoggio ha acuito la frattura con l’elettorato democratico statunitense, dove sei americani su dieci hanno oggi un’opinione negativa di Israele e la maggioranza degli under 50 considera Netanyahu un leader controverso. Il recente voto di quaranta senatori democratici contro un pacchetto di aiuti militari a Israele è il segnale più evidente di un deterioramento che si riflette anche sulle comunità ebraiche americane, sempre più divise tra fedeltà a Israele e dissenso verso le politiche del suo governo. Per gli analisti di Bruxelles, questa crisi di fiducia non è solo bilaterale: indebolisce la coesione occidentale in un Medio Oriente già instabile, e l’Europa, con l’Italia in prima linea nei tentativi di mediazione regionale, segue con apprensione il caso, temendo ripercussioni sui delicati equilibri diplomatici.
La prospettiva di Pechino, invece, osserva con interesse la fragilità istituzionale israeliana: una leadership in bilico potrebbe offrire spazi per iniziative cinesi nella regione, mentre Mosca, attraverso i media come Vedomosti, sottolinea la natura irrisolta del nodo giudiziario, ricordando che Netanyahu ha sempre respinto le accuse come una “caccia alle streghe” politica. La decisione di Herzog – che punta a un accordo di patteggiamento tra l’accusa e la difesa – evita il pronunciamento immediato sulla grazia, ma apre interrogativi su tempi e sostenibilità politica di una mediazione condotta da una presidenza che, per quanto super partes, resta esposta alle pressioni di una coalizione di governo fragile. In assenza di una risoluzione rapida, il premier potrebbe continuare a governare sotto la spada di Damocle del processo, alimentando l’instabilità interna e quella esterna, in un contesto in cui ogni decisione, da Gerusalemme a Roma, assume un peso geopolitico sempre più difficile da isolare.
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