
Niente ritorno in patria: il giudice respinge l’appello di ‘El Chapo’ e il cartello perde un finanziatore
Il giudice federale Brian Cogan nega tutte le richieste di Joaquín Guzmán, che chiedeva di scontare la pena in Messico. Intanto in Colombia cade ‘El Alex’, operatore finanziario del cartello di Sinaloa.
La parabola giudiziaria di Joaquín ‘El Chapo’ Guzmán si è infranta contro un muro di carta e di diritto. Il giudice Brian Cogan, lo stesso che nel 2019 lo condannò all’ergastolo più trent’anni, ha respinto seccamente le cinque istanze presentate nelle ultime due settimane dall’ex signore del cartello di Sinaloa, compresa quella di essere estradato in Messico. La risposta, datata 4 maggio e diffusa dal magistrato, liquida le lettere come prive di fondamento giuridico, in alcuni casi persino incomprensibili a causa dell’inglese stentato di Guzmán, recluso nel carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado. Per il detenuto, che invocava un ritorno in patria per ragioni di equità e di diritti violati, si tratta di una sconfitta definitiva: l’unica via d’uscita dalla supermax americana resta chiusa.
Dal punto di vista di Città del Messico, la vicenda ha un sapore amaro. Sebbene il governo messicano non abbia ufficialmente chiesto il rimpatrio del narcotrafficante, l’idea di riaverlo nelle proprie carceri – dove peraltro riuscì a evadere due volte – è vista con scarsissimo entusiasmo dagli analisti locali. Il timore è che il ritorno di ‘El Chapo’ possa riaccendere faide interne al cartello di Sinaloa, già scosso dalla scissione tra i figli di Guzmán e la fazione fedele a Ismael ‘El Mayo’ Zambada. Meglio, ragionano a Città del Messico, che sconti la pena negli Stati Uniti, dove il controllo è ferreo e le fughe impossibili.
Mentre la figura di Guzmán si allontana definitivamente dalla scena, l’attenzione delle forze dell’ordine si sposta sui suoi eredi. Lunedì 4 maggio la polizia colombiana, in coordinamento con la FBI, ha arrestato a Bogotà Jorge Espinoza Peña, alias ‘El Alex’, considerato il braccio finanziario del cartello di Sinaloa e legato al traffico di fentanilo. Gli Stati Uniti ne hanno già chiesto l’estradizione per rispondere di associazione a delinquere e narcotraffico davanti a una corte del distretto di New York. Per gli inquirenti, la cattura rappresenta un colpo ai flussi di denaro dell’organizzazione, ma anche un segnale della persistente capacità del cartello di infiltrarsi nelle economie sudamericane.
L’ottica di Bruxelles, e in particolare di Roma, segue con attenzione questi sviluppi. Il fentanilo, droga sintetica potentissima, è già una piaga negli Stati Uniti e comincia a fare breccia anche nei mercati europei: le intercettazioni tra i trafficanti dimostrano rotte che dal Sudamerica risalgono verso il Vecchio Continente, spesso attraverso i porti italiani. La caduta di un operatore finanziario come ‘El Alex’ non elimina il problema, ma lo rallenta. Quel che resta da capire, secondo gli analisti di Washington, è quanto la frantumazione del cartello di Sinaloa – tra il carcere di ‘El Chapo’, la diaspora dei suoi figli e la cattura dei finanzieri – possa trasformarsi in un vuoto di potere destinato a essere riempito da organizzazioni ancora più violente. La guerra contro il narcotraffico, insomma, non conosce né confini né tregue.
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