
Nuovo rogo industriale ad Ancona: fiamme in un’azienda di stampi, è il secondo in 5 giorni
Un vasto incendio ha distrutto il capannone della Giba Stampi a Camerano, sollevando timori per la qualità dell’aria e la sicurezza industriale lungo la costa adriatica.
Una densa colonna di fumo nero si è levata questa mattina sopra la zona industriale di Camerano, alle porte di Ancona, segnalando un incendio di vaste proporzioni all’interno del capannone della Giba Stampi, azienda specializzata nella produzione di stampi. L’allarme è scattato poco dopo le 9:30, quando le fiamme, alte e visibili a distanza, hanno rapidamente avvolto la struttura, generando una nube tossica che ha oscurato il cielo e spinto i treni in transito sulla linea Adriatica a segnalare l’accaduto.
Non si tratta di un evento isolato: è il secondo rogo che colpisce il tessuto produttivo della provincia dorica in appena cinque giorni, un dato che solleva interrogativi sulla vulnerabilità degli insediamenti industriali in una regione, le Marche, densa di piccole e medie imprese spesso carenti in materia di sicurezza antincendio. La concomitanza ravvicinata dei due episodi — l’altro aveva interessato un’azienda metalmeccanica poco distante — alimenta l’apprensione tra i residenti e gli operatori economici, già provati da una congiuntura complessa.
Le autorità locali hanno diffuso l’invito a tenere le finestre chiuse, mentre le squadre dei vigili del fuoco, giunte in forze da più distaccamenti, lavoravano per circoscrivere il fronte delle fiamme e impedire il propagarsi dell’incendio ai capannoni adiacenti. La presenza di materiali plastici e resine, tipici della lavorazione degli stampi, ha reso particolarmente insidioso l’intervento, con il rischio di sprigionamento di diossine e altri composti nocivi. L’Agenzia regionale per la protezione ambientale ha avviato i monitoraggi della qualità dell’aria, ma i primi rilievi non sono ancora stati resi noti.
Sotto il profilo della sicurezza industriale, l’episodio riaccende i riflettori sulla necessità di un inasprimento dei controlli e di un ammodernamento delle infrastrutture produttive, non solo in Italia ma in tutto il bacino del Mediterraneo, dove la combinazione di impianti datati e stagioni calde sempre più torride moltiplica i fattori di rischio. In sede europea, il dibattito sulla direttiva Seveso e sulla prevenzione dei rischi chimici potrebbe trovare nuova urgenza, mentre a livello locale ci si interroga sulla capacità di tenuta di un modello di sviluppo che affida la propria competitività a strutture spesso inadeguate. Per il momento, resta la conta dei danni e la preoccupazione di una comunità che vede minacciato il proprio equilibrio ambientale e occupazionale.
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