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martedì 28 aprile 2026

Oltre trentamila caduti al mese: il comandante dei droni ucraini racconta la guerra di logoramento

Il piano è uccidere più di trentamila soldati russi al mese, e il piano viene sistematicamente superato. La dichiarazione, di una crudezza quasi aritmetica, viene da Robert Brovdi, in arte «Madyar», comandante delle Forze dei sistemi senza pilota di Kiev, in una rara intervista che segna un salto di registro nella narrazione del conflitto. Riconosciuto come pioniere dell’impiego offensivo dei droni, oggi condannato in contumacia all’ergastolo in Russia per terrorismo, Brovdi non si limita a rivendicare una cinica contabilità: annuncia che la profondità del territorio russo, ormai tra i millecinquecento e i duemila chilometri, ha cessato di essere «retrovia pacifica». Per il nemico, dice, le sue unità sono come un panno rosso, perché portano la guerra in casa di chi l’ha scatenata.

L’intervista giunge mentre l’Ucraina intensifica una campagna di attacchi a lungo raggio che, con frequenza mai vista prima, colpisce le infrastrutture di esportazione del petrolio dentro i confini della Federazione. Raffinerie, oleodotti, terminali diventano bersagli quotidiani, affiancando la pressione sulle linee di rifornimento e sulla difesa aerea russa. Il capo di stato maggiore Oleksandr Syrskyi, ricevendo il suo omologo canadese a Kyiv, ha colto l’occasione per offrire un dato che suona come una diagnosi di vulnerabilità: la Russia scarseggia di missili antiaerei capaci di contrastare droni. È un’ammissione che fa eco, in modo quasi speculare, alle note di blogger militari moscoviti, i quali da settimane denunciano un sistema di difesa sovradimensionato e ormai slabbrato.

Nell’ottica di Mosca, Brovdi incarna il volto ostile di un conflitto che si insinua nella vita civile, un terrorista che minaccia il cuore energetico su cui si regge lo sforzo bellico. Le stesse fonti indipendenti di lingua russa riassumono le sue parole con il gelo di chi vi scorge non propaganda, ma l’applicazione metodica di una dottrina: se gli impianti petroliferi alimentano la macchina della guerra, allora disarticolarli non è più un tabù. Dal punto di vista degli analisti di Bruxelles, questa spirale di attrito solleva interrogativi immediati per l’Europa. L’Italia, la cui raffinazione resta esposta alle oscillazioni del greggio, osserva con apprensione un’eventuale contrazione dell’export russo: ogni fiammata dei prezzi può tradursi in un colpo alla ripresa e alla tenuta sociale del continente.

Nel frattempo, l’esperienza ucraina sta facendo scuola anche al di là della dimensione aerea. Secondo gli sviluppatori di robotica di Kyiv, una guerra di lunga durata premia i sistemi di terra economici e sacrificabili più dei blindati di fascia alta, lenti da produrre e drammaticamente esposti al tiro di precisione. Piccoli robot logistici e da combattimento, replicabili in serie, potrebbero alleviare l’usura di un parco carri occidentale che nessuna economia europea è in grado di rigenerare in tempi rapidi. È un ragionamento che, da Washington come dalle capitali NATO, comincia a incrinare le certezze delle pianificazioni tradizionali, spingendo l’industria della difesa a interrogarsi su un futuro fatto di sciami quasi anonimi.

La prospettiva è quella di un conflitto in cui l’attrito non conosce più confini geografici né distinzioni nette tra fronte e retrovia. Brovdi promette altri colpi in profondità, mentre Syrskyi confida di svuotare le riserve missilistiche avversarie con una strategia che mira a sfiancare prima ancora che a distruggere. Se davvero la cadenza delle perdite russe dovesse avvicinarsi alle cifre di cui parla il comandante dei droni, Mosca si troverebbe di fronte a un’emorragia umana incompatibile con qualsiasi progetto di mobilitazione sostenibile. Ma sarà proprio l’estate, stagione di movimenti e di grande logistica, a dire se il laboratorio ucraino della robotica e dell’audacia aerea potrà imporre un nuovo equilibrio — e a quale prezzo per un’Europa già affaticata.

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Oltre trentamila caduti al mese: il comandante dei droni ucraini racconta la guerra di logoramento

Il piano è uccidere più di trentamila soldati russi al mese, e il piano viene sistematicamente superato. La dichiarazione, di una crudezza quasi aritmetica, viene da Robert Brovdi, in arte «Madyar», comandante delle Forze dei sistemi senza pilota di Kiev, in una rara intervista che segna un salto di registro nella narrazione del conflitto. Riconosciuto come pioniere dell’impiego offensivo dei droni, oggi condannato in contumacia all’ergastolo in Russia per terrorismo, Brovdi non si limita a rivendicare una cinica contabilità: annuncia che la profondità del territorio russo, ormai tra i millecinquecento e i duemila chilometri, ha cessato di essere «retrovia pacifica». Per il nemico, dice, le sue unità sono come un panno rosso, perché portano la guerra in casa di chi l’ha scatenata.

L’intervista giunge mentre l’Ucraina intensifica una campagna di attacchi a lungo raggio che, con frequenza mai vista prima, colpisce le infrastrutture di esportazione del petrolio dentro i confini della Federazione. Raffinerie, oleodotti, terminali diventano bersagli quotidiani, affiancando la pressione sulle linee di rifornimento e sulla difesa aerea russa. Il capo di stato maggiore Oleksandr Syrskyi, ricevendo il suo omologo canadese a Kyiv, ha colto l’occasione per offrire un dato che suona come una diagnosi di vulnerabilità: la Russia scarseggia di missili antiaerei capaci di contrastare droni. È un’ammissione che fa eco, in modo quasi speculare, alle note di blogger militari moscoviti, i quali da settimane denunciano un sistema di difesa sovradimensionato e ormai slabbrato.

Nell’ottica di Mosca, Brovdi incarna il volto ostile di un conflitto che si insinua nella vita civile, un terrorista che minaccia il cuore energetico su cui si regge lo sforzo bellico. Le stesse fonti indipendenti di lingua russa riassumono le sue parole con il gelo di chi vi scorge non propaganda, ma l’applicazione metodica di una dottrina: se gli impianti petroliferi alimentano la macchina della guerra, allora disarticolarli non è più un tabù. Dal punto di vista degli analisti di Bruxelles, questa spirale di attrito solleva interrogativi immediati per l’Europa. L’Italia, la cui raffinazione resta esposta alle oscillazioni del greggio, osserva con apprensione un’eventuale contrazione dell’export russo: ogni fiammata dei prezzi può tradursi in un colpo alla ripresa e alla tenuta sociale del continente.

Nel frattempo, l’esperienza ucraina sta facendo scuola anche al di là della dimensione aerea. Secondo gli sviluppatori di robotica di Kyiv, una guerra di lunga durata premia i sistemi di terra economici e sacrificabili più dei blindati di fascia alta, lenti da produrre e drammaticamente esposti al tiro di precisione. Piccoli robot logistici e da combattimento, replicabili in serie, potrebbero alleviare l’usura di un parco carri occidentale che nessuna economia europea è in grado di rigenerare in tempi rapidi. È un ragionamento che, da Washington come dalle capitali NATO, comincia a incrinare le certezze delle pianificazioni tradizionali, spingendo l’industria della difesa a interrogarsi su un futuro fatto di sciami quasi anonimi.

La prospettiva è quella di un conflitto in cui l’attrito non conosce più confini geografici né distinzioni nette tra fronte e retrovia. Brovdi promette altri colpi in profondità, mentre Syrskyi confida di svuotare le riserve missilistiche avversarie con una strategia che mira a sfiancare prima ancora che a distruggere. Se davvero la cadenza delle perdite russe dovesse avvicinarsi alle cifre di cui parla il comandante dei droni, Mosca si troverebbe di fronte a un’emorragia umana incompatibile con qualsiasi progetto di mobilitazione sostenibile. Ma sarà proprio l’estate, stagione di movimenti e di grande logistica, a dire se il laboratorio ucraino della robotica e dell’audacia aerea potrà imporre un nuovo equilibrio — e a quale prezzo per un’Europa già affaticata.

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