
Pechino blocca l'IA del futuro: la guerra fredda tecnologica cambia le regole
Ha il sapore amaro del paradosso la decisione con cui Pechino ha ordinato a Meta di smantellare l’acquisizione di Manus, giovane promessa dell’intelligenza artificiale: un’operazione già conclusa da quattro mesi, del valore di due miliardi di dollari, che ora deve essere disfatta per decreto. Con un comunicato scarno, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma ha invocato le non meglio precisate «leggi e regolamenti» cinesi, proibendo l’investimento straniero in quello che era stato celebrato come un gioiello dell’innovazione nazionale. Un fulmine a cieli già tempestosi, che si abbatte su un accordo in apparenza blindato: i dipendenti di Manus si erano già trasferiti negli uffici di Meta a Singapore, i fondatori erano entrati nel team di alta fascia di Zuckerberg, e gli investitori – tra cui colossi del venture capital di Hong Kong – attendevano solo la conclusione formale delle pratiche post-acquisizione.
Eppure, il sogno dei due giovani visionari Xiao Hong e Ji Yichao si era incrinato già mesi prima, quando le cronache finanziarie internazionali avevano rivelato che alle loro spalle si era chiuso il confine. In una parabola che da Pechino a Singapore descrive una modernissima corsa all’oro e la sua maledizione, i fondatori di Manus erano stati prima incoronati orgoglio nazionale per aver creato il primo vero agente autonomo capace di prenotare voli o costruire siti web, poi dipinti implicitamente come traditori della patria tecnologica. Dietro il linguaggio normativo, secondo gli analisti di Bruxelles, si consuma una resa dei conti che ridefinisce il concetto stesso di sovranità digitale: la Cina non ha semplicemente frenato un’acquisizione, ha esercitato un controllo extraterritoriale su un’azienda che aveva già spostato legalmente la propria sede fuori dai suoi confini, colpendo una multinazionale americana che in Cina quasi non opera.
Nell’ottica di Washington, la mossa arriva come l’ultimo tassello di una strategia di contenimento che viaggia su un doppio binario: da un lato il divieto per le aziende cinesi di IA di accettare capitali statunitensi, dall’altro il blocco di una simile fuoriuscita di tecnologia. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che guarda con attenzione alla possibilità di sviluppare campioni continentali nell’IA, la vicenda è un campanello d’allarme strategicamente decisivo. Dimostra quanto l’intelligenza artificiale sia ormai un asset ibrido, incuneato tra logiche di mercato e alta geopolitica, esattamente come lo furono i semiconduttori. Sciogliere un contratto già firmato non è un atto di regolazione ordinaria, ma una dichiarazione di principio che arriva mentre i rispettivi vertici delle due superpotenze preparano un delicato faccia a faccia.
Da Singapore, intanto, filtrano dettagli che aggravano il quadro: agli imprenditori sarebbe stato intimato di non lasciare il territorio cinese, e la loro creatura, già inglobata nell’impero di Meta, si ritrova ora sospesa in un limbo proprietario. È la conferma più plastica che la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha smesso da tempo di essere una metafora, diventando un conflitto per procura combattuto sul corpo delle startup. Manus ha avuto la sfortuna, o l’ardire, di essere considerata troppo strategica per entrambi i contendenti. E quando la tecnologia diventa troppo preziosa, suggeriscono da Tokyo, smette di essere una merce e si trasforma in un ostaggio.
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