
Opec taglia le stime: crolla l'Iran, l'America Latina accelera
Mentre il cartello rivede al ribasso la crescita della domanda 2026, l'export iraniano tocca minimi storici e Brasile, Guyana e Argentina diventano i nuovi protagonisti dell'offerta globale.
L’Opec ha ridotto per la seconda volta consecutiva le previsioni di crescita della domanda petrolifera mondiale per il 2026, fissandole a 970.000 barili al giorno, 200.000 in meno rispetto al rapporto di maggio. Il rallentamento è attribuito al passo incerto di India e Cina, i cui consumi sono stati rivisti al ribasso. Secondo il cartello, la domanda globale raggiungerà comunque 106,13 milioni di barili, mentre le agenzie occidentali – Iea ed Eia – vedono un impatto ben più grave del conflitto con l’Iran e della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. L’Opec scommette invece su un rimbalzo nel 2027, per cui ha alzato la stima di crescita a 1,73 milioni di barili.
Sul versante dell’offerta, il crollo dell’export iraniano ridisegna la mappa dei flussi. Le esportazioni di Teheran, secondo l’agenzia Kpler, sono precipitate a 260.000 barili, un sesto dei livelli pre-blocco. I depositi terrestri iraniani sono quasi pieni e le petroliere cariche restano in attesa nel Golfo, costringendo la Repubblica islamica a tagliare la produzione. Parallelamente, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore mondiale di greggio, scavalcando Arabia Saudita e Russia, in una svolta che consolida la presa di Washington sul mercato energetico.
A sorpresa, è l’America Latina a candidarsi come motore della crescita produttiva globale. Brasile, Guyana e Argentina, pur con appena il 5,5% della produzione mondiale, forniranno più della metà degli 800.000 barili aggiuntivi previsti per il 2026 dall’Eia, secondo un’analisi latinoamericana. I tre paesi immetteranno circa 410.000 barili al giorno di nuova capacità, compensando in parte le perdite iraniane e mediorientali.
Il fronte Opec+ resta invece segnato da ampi scostamenti: a maggio il gruppo ha aumentato l’output di 250.000 barili, ma resta lontano dalle quote concordate. L’Arabia Saudita, pur avendo pompato 157.000 barili in più, è ancora sotto di 3,3 milioni rispetto al tetto assegnato. Russia e Iraq procedono con prudenza; Mosca ha esportato 6,6 milioni di barili in aprile, dirottando i flussi verso i porti baltici e il Druzhba per compensare i cali nel Mar Nero.
Per l’Italia e l’Europa, il quadro resta delicato. La strozzatura di Hormuz alimenta la volatilità dei prezzi, ma la ritrovata centralità del greggio americano e latinoamericano offre nuove vie di approvvigionamento, attenuando la dipendenza da Medio Oriente e Russia. L’industria italiana, già alle prese con il riassetto delle forniture post-Ucraina, guarda con interesse a queste rotte atlantiche, senza dimenticare che un’eventuale risoluzione della crisi iraniana potrebbe innescare una discesa dei corsi. Fra domanda incerta e nuovi assetti geopolitici, il mercato petrolifero si avvia a un biennio di transizione tutt’altro che scontato.
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La produzione OPEC è scesa al minimo dal 2000, e nuovi tagli alle stime della domanda mettono sotto pressione i bilanci dei paesi africani esportatori. Tra blocchi alle esportazioni iraniane e rallentamento globale, il mercato cerca un nuovo equilibrio con possibili scossoni sui prezzi.
L'effetto disinflazionistico del blocco di Hormuz si è esaurito, mentre i tagli OPEC alle attese di domanda segnalano un'economia globale in frenata. Le sanzioni occidentali all'Iran distorcono il mercato, alimentando rischi inflazionistici per la Russia e incertezza prolungata.
Mentre gli attacchi statunitensi si intensificano, il blocco navale soffoca le esportazioni iraniane, aggravando la crisi economia e umanitaria. Il regime sfrutta la guerra per reprimere il dissenso, mentre la popolazione è ostaggio di un conflitto che affama il paese. La fornitura globale di petrolio diventa un'arma, con conseguenze catastrofiche.
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