
Il processo tra Musk e OpenAI svela intrighi privati e il futuro dell'intelligenza artificiale
Shivon Zilis, madre di quattro figli di Musk, testimonia sull'intreccio tra vita privata e affari. L'ex CTO Murati accusa Altman di caos. Il futuro dell'IA in bilico.
Nel tribunale federale di Oakland, California, il processo che oppone Elon Musk a OpenAI ha svelato una fitta rete di relazioni personali e strategie aziendali, culminata nella testimonianza scioccante di Shivon Zilis. Ex membro del consiglio di amministrazione di OpenAI e madre di quattro dei figli di Musk, Zilis ha raccontato come il magnate le abbia offerto una donazione di sperma nel 2020, dando inizio a una convivenza segreta tra ruoli professionali e privati. Ma il cuore della causa riguarda ben altro: Musk accusa OpenAI e il suo CEO Sam Altman di aver tradito la missione originaria di organizzazione non profit, trasformandosi in una macchina da profitti controllata da Microsoft. La giuria dovrà decidere se questo rappresenti un vero e proprio sequestro di un ente benefico, con una richiesta di danni che supera i cento miliardi di dollari.
La deposizione di Mira Murati, ex direttrice tecnologica di OpenAI e per poche ore amministratore delegato dopo il fugace licenziamento di Altman nel 2023, ha aggiunto benzina al fuoco. Murati ha descritto un clima di sfiducia sistematica: Altman, a suo dire, diceva una cosa a un interlocutore e l’opposto a un altro, seminando caos tra i vertici. I messaggi di testo, emersi durante il processo, mostrano un Altman disperato nel tentativo di recuperare il potere, mentre Murati lo definiva “il tizio a caso di Twitch” in riferimento al successore temporaneo Emmett Shear. Secondo gli analisti di Bruxelles, queste rivelazioni riaccendono il dibattito sulla governance delle imprese di intelligenza artificiale, che l’Unione Europea cerca di disciplinare con l’AI Act. Dall’ottica di Pechino, invece, la vicenda conferma la necessità di un controllo statale sullo sviluppo tecnologico, lontano dalle lotte di potere tra miliardari.
Al centro del contenzioso c’è anche la divergenza strategica del 2017, quando Musk propose di trasformare OpenAI in una società for-profit sotto il suo controllo. Greg Brockman, presidente di OpenAI, ha testimoniato che Musk arrivò a un incontro cruciale con una Tesla Model 3 per ciascuno dei cofondatori, tentando di comprarne il consenso. Di fronte al rifiuto, Musk uscì dalla società, ma continuò a monitorarla con preoccupazione, temendo che DeepMind di Google superasse ogni concorrenza. “DeepMind sta avanzando molto velocemente”, scrisse ai suoi collaboratori di Neuralink, mettendo in dubbio la scelta di mantenere OpenAI senza scopo di lucro. La stessa paura per i rischi esistenziali dell’IA, che Musk aveva condiviso con Altman nei primi anni, torna ora a incombere: lo stesso magnate ha evocato scenari alla Terminator, mentre il pioniere Stuart Russell avverte che la lotta per il predominio potrebbe essere essa stessa una minaccia per l’umanità.
Guardando avanti, il caso solleva questioni decisive per l’Europa e per l’Italia. Se Musk vincesse, OpenAI potrebbe essere costretta a tornare a una struttura non profit, con conseguenze sull’accesso alla tecnologia e sugli investimenti. La magistrata Yvonne Gonzalez Rogers, nota per il suo rigore, ha già respinto le richieste di archiviazione di OpenAI, segnalando che il processo potrebbe ridefinire i confini tra filantropia e business nell’era dell’intelligenza artificiale. Intanto, la società ha rivelato piani per spendere 50 miliardi di dollari in capacità computazionali quest’anno, un dato che da solo mostra quanto sia ormai lontana l’idea di un’IA aperta e responsabile. Il verdetto, atteso nelle prossime settimane, non deciderà solo la sorte di un’azienda, ma il modello di sviluppo per il futuro dell’innovazione globale.
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