
Orbán sconfitto: il sovranismo perde la sua roccaforte e l’Europa volta pagina
Péter Magyar conquista due terzi del parlamento, il premier uscente ammette subito la sconfitta. L’Ue esulta, ma i contraccolpi scuotono Vox e le destre illiberali.
Péter Magyar, ex fedelissimo di Viktor Orbán diventatone il principale accusatore, ha travolto domenica il partito Fidesz con una valanga di voti — circa il 54% contro il 38% — conquistando oltre due terzi dei seggi parlamentari. Orbán, che era al potere dal 2010, ha telefonato al rivale per congratularsi già due ore dopo la chiusura delle urne, un gesto che ha spiazzato chi lo accusava di aver ridotto l’Ungheria a un’autocrazia elettorale. La transizione, ha promesso Magyar, sarà rapida: chiede le dimissioni del presidente della Repubblica, fedele all’ex premier, e annuncia una «bonifica delle cloache dello Stato» per smantellare il Sistema di Cooperazione Nazionale che ha alimentato corruzione e clientelismo.
La portata simbolica del voto ungherese va ben oltre Budapest. Secondo gli osservatori italiani, la caduta di Orbán chiude un ciclo lungo quasi vent’anni, cominciato con la crisi finanziaria del 2008 e culminato nel sovranismo populista che ha trovato nel leader magiaro il suo modello di riferimento. Come ha scritto la stampa torinese, l’era del «Dio, Patria e Famiglia» come ricetta politica entra in crisi proprio mentre Donald Trump aggredisce a distanza il Papa: una coincidenza che suona come un epitaffio morale. Per i commentatori di Madrid, la sconfitta infligge a Vox un colpo triplice: finanziario — Orbán era un generoso finanziatore — strategico e prospettico, perché priva il partito di Santiago Abascal del suo padrino ideologico internazionale. In Italia, Fratelli d’Italia ha reagito con cautela: Arianna Meloni, sorella della premier, ha sottolineato che si sono tenute libere elezioni e che Orbán ha riconosciuto la sconfitta, ma ha dribblato ogni analisi sulla fine del populismo.
L’Unione Europea esulta, e Ursula von der Leyen ha paragonato il voto alla rivoluzione del 1956 e alla caduta del Muro. Eppure, avvertono da Bruxelles, l’entusiasmo va temperato: Magyar, che in campagna elettorale ha promesso di «chiudere i rubinetti» alla corruzione e di riallinearsi alle istituzioni comunitarie, non rinnega l’affidamento al gas e al petrolio russi, e ha dichiarato che al telefono con Vladimir Putin — se mai il Cremlino lo chiamasse — ribadirebbe la richiesta di fine della guerra, ma senza scostarsi dalla linea di pragmatismo energetico del predecessore. Il Cremlino, dal canto suo, ha fatto sapere di rispettare il verdetto e di aspettarsi rapporti pragmatici. Per Kiev, invece, la fine dell’ostruzionismo sistematico di Orbán sugli aiuti militari e sulle sanzioni è un sollievo immediato.
La sfida di Magyar, però, è appena cominciata. Dovrà smantellare un sistema che in sedici anni ha occupato non solo i ministeri ma anche la magistratura, i media e l’intera architettura istituzionale. La stampa tedesca osserva che una vittoria elettorale non equivale a un cambio di regime, e che la macchina del potere orbániano, pur senza il suo timoniere, resta capillarmente radicata. Il nuovo premier si muoverà su un crinale stretto: mantenere le promesse di riforma democratica senza alienarsi quell’elettorato conservatore che, fino a domenica, aveva premiato il sovranismo. L’onda lunga di questa sconfitta, intanto, costringe le destre illiberali di tutto l’Occidente — dall’America trumpiana all’Europa orientale — a ripensare un modello che sembrava invincibile. La democrazia, come ha notato un editorialista elvetico, era stata data per morta, e invece ha mostrato di saper ancora sorprendere.
| Stampa europea continentale | +0.40 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.20 | neutral |
La sconfitta di Orbán segna il crollo del sovranismo populista nella sua roccaforte. L'Unione europea esulta, ma resta lo scetticismo: Magyar potrebbe mantenere posizioni simili sull'Ucraina e sui rapporti con la Russia. La democrazia ungherese respira, ma Bruxelles non deve cantare vittoria troppo presto.
La cacciata di Orbán è un duro colpo per l'estrema destra globale, che aveva adottato il suo modello. L'abbraccio di Trump si è rivelato un bacio della morte per i populisti europei. Tuttavia, l'eredità di democrazia illiberale di Orbán sopravviverà al suo mandato, e il movimento da lui ispirato resta una minaccia.
Gli elettori ungheresi hanno emesso un verdetto inequivocabile per il cambiamento, estromettendo Viktor Orbán dopo 16 anni. Il suo ex collaboratore Péter Magyar ha capitalizzato la rabbia pubblica per corruzione, difficoltà economiche e posizioni filo-russe. L'ampia maggioranza dà a Magyar il mandato per invertire molte delle politiche controverse di Orbán.
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