
Papa Leone XIV condanna le uccisioni in Iran dopo lo scambio di accuse con Trump
Dal volo di ritorno da una lunga tournée africana, Papa Leone XIV ha rotto un silenzio che pesava come un macigno sulle relazioni tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Giovedì scorso, rispondendo a una domanda dei giornalisti, il primo pontefice statunitense della storia ha condannato senza ambiguità «l’uccisione di manifestanti in Iran» e, più in generale, «tutte le azioni ingiuste che tolgono la vita». Una presa di posizione arrivata dopo che il presidente americano Donald Trump lo aveva pubblicamente rimproverato per non averlo fatto, mentre il Vaticano moltiplicava gli appelli contro la guerra americano-israeliana in corso contro Teheran. Lo scambio di accuse tra i due leader, consumato sui media globali, ha messo in luce una frattura profonda: da un lato un capo di Stato che chiede una condanna selettiva, dall’altro un pontefice che rifiuta di trasformare la morale in arma geopolitica.
La dichiarazione di papa Leone si inserisce in un contesto incandescente. Secondo fonti di stampa internazionali, il regime iraniano avrebbe represso nel sangue le proteste di gennaio, uccidendo migliaia di persone. Il pontefice, pur senza citare esplicitamente Teheran, ha parlato di «decisioni di un regime o di un Paese che ingiustamente tolgono la vita ad altri» come di qualcosa «che è ovvio vada condannato». Parole che a Washington sono state accolte con cautela, ma che a Teheran suonano come un’ingerenza. Gli analisti di Bruxelles sottolineano come il Vaticano si trovi ora in una posizione scomoda: aver criticato indirettamente l’Iran significa allinearsi, almeno in parte, alla narrazione trumpiana, mentre l’opposizione alla guerra resta ferma. Da Pechino, invece, si osserva con distacco: per la Cina l’importante è che il conflitto non destabilizzi ulteriormente le rotte energetiche e commerciali.
L’impatto sull’Europa e sull’Italia è duplice. Da un lato, la condanna papale rafforza la posizione di chi, nel Vecchio Continente, chiede un cessate il fuoco immediato e un rilancio dei negoziati di pace, crollati dopo il fallimento del dialogo Usa-Iran. Dall’altro, la messa in mora di Trump da parte del pontefice rischia di irrigidire ulteriormente i rapporti transatlantici proprio mentre l’Unione europea cerca una mediazione. Per l’Italia, Paese a forte vocazione diplomatica e sede della Santa Sede, la partita è delicata: il governo di Roma dovrà bilanciare la fedeltà all’alleanza atlantica con il desiderio di non apparire inerte di fronte alla crisi umanitaria. Lo stesso papa, nel suo intervento, ha deplorato «un numero troppo alto di vittime civili» e si è detto rammaricato per il fallimento dei colloqui, lanciando un appello implicito alla comunità internazionale perché riprenda in mano il bandolo della matassa.
Guardando avanti, la scena è quella di una pericolosa impasse. La condanna papale non basterà a fermare le armi, ma potrebbe ridefinire i termini del dibattito morale. Trump, che aveva usato il silenzio del papa come leva politica, ora deve fare i conti con una Chiesa che non si presta a strumentalizzazioni. Teheran, dal canto suo, resta sorda alle critiche esterne. E l’Europa, stretta tra la tentazione dell’isolazionismo e la necessità di un’azione comune, rischia di assistere a un nuovo conflitto di lunga durata senza una strategia chiara. Il 2025 si annuncia come un anno di fuoco per il Medio Oriente, e la voce di papa Leone, per quanto autorevole, è solo una delle tante in un coro che fatica a trovare un accordo.
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