
Otto paesi musulmani condannano le incursioni dei coloni nella Spianata delle Moschee
Una coalizione inedita per ampiezza e composizione ha rotto il silenzio diplomatico sulla crescente tensione a Gerusalemme Est. I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Turchia, Indonesia, Pakistan e Qatar hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui denunciano come «violazione flagrante del diritto internazionale» le incursioni di coloni israeliani e di ministri estremisti all’interno della Spianata delle Moschee, protetti dalla polizia israeliana. Il documento, promosso da Abu Dhabi, non si limita a censurare l’ondata di ingressi provocatori – culminata con l’esposizione della bandiera israeliana nei cortili del terzo luogo santo dell’Islam – ma parla di «provocazione inaccettabile per i musulmani di tutto il mondo» e ribadisce il rifiuto categorico di ogni tentativo di alterare lo status quo storico e giuridico dei luoghi sacri islamici e cristiani di Gerusalemme.
La presa di posizione arriva in un momento di particolare fragilità. Da settimane, gruppi di coloni – spesso accompagnati da figure del governo Netanyahu come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben‑Gvir – organizzano visite sempre più frequenti al Monte del Tempio, per gli ebrei, o al Santuario Nobile, per i musulmani, infrangendo l’intesa tacita che riserva ai soli fedeli islamici la preghiera all’interno della moschea. Dal punto di vista di Riyad e di Amman, custode ufficiale dei luoghi santi, queste azioni minano le fondamenta stesse della convivenza interreligiosa e rischiano di innescare una spirale di violenza incontrollabile. L’ottica di Ankara aggiunge una nota politica: Erdogan, da tempo in rotta di collisione con Israele, vede nel dossier di Gerusalemme un grimaldello per rafforzare la propria leadership nel mondo sunnita. Più cauta la posizione de Il Cairo, che pur firmando la condanna mantiene aperti canali di dialogo con Tel Aviv per non compromettere la tregua a Gaza.
La portata della condanna unanime non deve trarre in inganno. Il fronte degli otto paesi è trasversale: accanto alle monarchie del Golfo – alcune delle quali, come gli Emirati e il Bahrein, hanno siglato accordi di normalizzazione con Israele dopo gli Accordi di Abramo – siedono nazioni come l’Indonesia e il Pakistan, che non intrattengono relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Una spaccatura che, per gli analisti di Bruxelles, riflette la difficoltà di tradurre l’indignazione morale in azioni concrete. L’Unione europea, nel frattempo, segue con apprensione: l’Italia, storicamente impegnata a sostenere la soluzione dei due Stati e a proteggere la presenza cristiana a Gerusalemme, ha già espresso preoccupazione per le «azioni unilaterali» sul terreno. Ma senza una strategia comune e senza un reale potere dissuasivo verso il governo israeliano, il rischio è che la dichiarazione rimanga un gesto simbolico.
A conclusione, lo scenario che si profila è quello di una regione sempre più polarizzata. L’escalation nella Spianata potrebbe riaccendere le proteste nei territori palestinesi e nelle capitali arabe, mettendo sotto pressione quei governi che hanno scommesso sulla normalizzazione. La comunità internazionale, dalla Casa Bianca alle cancellerie europee, si trova di fronte a un bivio: intervenire con pressioni concrete su Israele per ripristinare lo status quo, oppure assistere a una progressiva erosione di quel fragile equilibrio che, dal 1967, regola l’accesso a uno dei luoghi più contesi del pianeta.
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