
Pechino blocca le sanzioni Usa sulle raffinerie: sfida aperta sul petrolio iraniano
Il governo cinese ha scelto la via della contrapposizione diretta, ordinando sabato scorso alle proprie imprese di ignorare le sanzioni imposte da Washington a cinque raffinerie nazionali accusate di acquistare petrolio iraniano. Il ministero del Commercio di Pechino ha emesso un provvedimento che vieta il riconoscimento e l’applicazione delle misure restrittive americane, parlando di «violazione del diritto internazionale» e di atto «illegittimo» che limita il commercio normale con paesi terzi. Tra le società colpite figura il colosso Hengli Petrochemical di Dalian, già sanzionato ad aprile dal Tesoro Usa per acquisti di greggio iraniano per miliardi di dollari, insieme ad altri quattro impianti privati dello Shandong e dello Hebei finiti nella lista nera già durante l’amministrazione Trump.
La mossa di Pechino non è soltanto un gesto di difesa commerciale, ma un vero e proprio schiaffo alla dottrina delle sanzioni extraterritoriali che gli Stati Uniti applicano da anni per strangolare le entrate petrolifere di Teheran. Dalla prospettiva di Washington, la decisione cinese rischia di minare l’efficacia dell’intero regime punitivo contro l’Iran, in un momento in cui il dialogo diplomatico è in stallo e le tensioni nel Golfo restano alte. L’amministrazione Biden, che ha ereditato una linea dura sul programma nucleare iraniano, vede ora un fronte compatto tra i due maggiori acquirenti di greggio di Teheran – Cina e India – pronti a eludere le restrizioni.
Dall’ottica di Bruxelles, la vicenda riaccende il dibattito sulla protezione delle imprese europee che operano in Iran e sulla necessità di meccanismi di compensazione come Instex, rimasti finora sulla carta. Per l’Italia, che ha storicamente rapporti energetici con Teheran e una raffineria come Saras esposta alle fluttuazioni del mercato, il braccio di ferro potrebbe tradursi in un rialzo dei prezzi del greggio e in una maggiore volatilità per le importazioni. Gli analisti internazionali intravedono il rischio di una escalation a catena: se Pechino normalizza l’inosservanza delle sanzioni, altri paesi potrebbero seguirne l’esempio, svuotando di fatto la pressione economica su Teheran.
Al contempo, il provvedimento cinese rappresenta un banco di prova per la nuova architettura delle relazioni sino-americane, già logorate da dazi e tensioni tecnologiche. Nei prossimi mesi, la partita si giocherà sui mercati petroliferi – dove la Cina continua a comprare greggio scontato iraniano in crescita – e sulla capacità di Washington di imporre sanzioni secondarie a banche e assicurazioni che finanziano questi traffici. La risposta di Pechino, netta e tempestiva, chiarisce che la sovranità economica conta più del rischio di una rottura diplomatica.
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