
Pechino spinge Teheran verso una tregua: il destino di Hormuz e l’agenda del vertice Trump-Xi
Il ministro cinese Wang Yi chiede la riapertura dello Stretto di Hormuz e un cessate il fuoco totale. L’incontro con Araghchi anticipa il summit con Trump.
Nel giorno in cui il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi metteva piede a Pechino per la prima volta dallo scoppio della guerra con gli Stati Uniti e Israele, la Cina ha impresso una svolta netta alla partita diplomatica in Medio Oriente. Il suo omologo Wang Yi ha chiesto senza mezzi termini la riapertura «al più presto» dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per i flussi energetici globali, e un «cessate il fuoco immediato e totale» tra le parti in conflitto. L’appello, raccolto da tutte le agenzie internazionali, è giunto a sette giorni dal vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e Donald Trump, previsto per metà maggio a Pechino: un incontro che potrebbe ridefinire gli equilibri nella regione del Golfo.
Dal punto di vista di Teheran, la visita di Araghchi è servita a dimostrare che l’Iran non è isolato e che la sua capacità di azione non si è esaurita. Tuttavia, la pressione cinese è stata inequivocabile: Wang Yi ha elogiato la scelta iraniana di non sviluppare armi nucleari, ma ha anche sottolineato l’urgenza di una tregua duratura, avvertendo che «una ripresa dei combattimenti non è consigliabile». Il riferimento alle trattative con Washington, che l’amministrazione Trump vorrebbe condizionare alla consegna delle scorte di uranio arricchito e a un blocco ventennale del programma atomico, è stato esplicito.
L’ottica di Pechino è dettata da una duplice esigenza. Da un lato, il blocco di Hormuz – in vigore da settimane – sta mettendo in tensione la domanda energetica cinese, rendendo indispensabile un rapido ritorno alla normalità marittima. Dall’altro, la Cina intende presentarsi al vertice con Trump come mediatore credibile, forte del suo ruolo di partner commerciale principale di Teheran e di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per gli analisti di Bruxelles, la mossa di Xi è un tentativo di rafforzare la propria posizione negoziale in un momento in cui le tensioni commerciali tra Washington e Pechino restano alte.
L’Europa, e l’Italia in particolare, segue con apprensione l’evolversi della crisi. La chiusura dello Stretto ha già causato un rincaro dei prezzi del petrolio e del gas, con ripercussioni dirette sulle bollette e sull’industria manifatturiera del continente. La prospettiva di un’intesa mediata da Pechino, sebbene ancora incerta, offre un barlume di stabilità: ma tutto dipenderà dalla capacità di Xi di tradurre il suo ascendente su Teheran in concessioni concrete, e dalla volontà di Trump di accettare un accordo che non tenga fuori la Repubblica Islamica. I prossimi giorni diranno se la diplomazia cinese potrà realmente trasformare il vertice di maggio in un punto di svolta per il Golfo.
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