
Perù: Keiko Fujimori in testa dopo un voto travagliato, ma la corsa alla presidenza si decide al ballottaggio
Il primo turno delle presidenziali peruviane si è concluso in un clima di caos organizzativo senza precedenti, con i seggi che riapriranno lunedì per consentire a decine di migliaia di elettori di esercitare il proprio diritto. Mentre l’esito ufficiale slitta, i sondaggi a boca di urna indicano Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario, in vantaggio con circa il 16% dei consensi. La leader di Fuerza Popular si appresta così al suo quarto tentativo di conquistare la casa presidenziale di Lima, ma la strada è ancora lunga: la frammentazione del panorama politico, con ben 35 candidati in corsa, la costringerà a un ballottaggio il prossimo giugno.
La corsa al secondo posto, infatti, è apertissima, con un gruppo di contendenti – dal destrista Rafael Lopez Aliaga al sinistrista Roberto Sanchez – racchiuso in pochi punti percentuali. Questo scenario riflette l’instabilità cronica di un Paese che in un decennio ha visto nove presidenti avvicendarsi, tra scandali di corruzione e proteste popolari. L’estensione del voto a lunedì, resa necessaria dalla mancata consegna del materiale elettorale in oltre 200 seggi a Lima e in due circoscrizioni all’estero, ha gettato un’ombra sulla regolarità della consultazione, alimentando accuse di frode seppur non ancora comprovate.
Da Bruxelles, gli analisti osservano con preoccupazione l’ennesima prova di fragilità istituzionale in un partner sudamericano chiave per gli accordi commerciali e la stabilità regionale. La crisi logistica peruviana risuona come un campanello d’allarme sulle sfide della governance democratica, in un contesto dove la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è già erosa. Per l’Europa, un eventuale governo Fujimori potrebbe significare un riallineamento sulle politiche economiche neoliberiste, con possibili ripercussioni sulle relazioni bilaterali e sulla cooperazione in materia di diritti umani e ambiente, temi cari all’Italia e agli altri Stati membri.
Dall’altra parte del globo, l’ottica di Pechino è pragmaticamente focalizzata sulla continuità degli investimenti strategici, soprattutto nel settore minerario di cui il Perù è produttore cruciale. La Cina, primo partner commerciale del Paese andino, monitora l’esito elettorale per assicurarsi che gli impegni sulle infrastrutture e sull’export di materie prime non vengano intaccati da turbolenze politiche. Una prolungata incertezza potrebbe ritardare decisioni sui grandi progetti, con effetti a catena sui mercati delle commodities.
In prospettiva, il ballottaggio di giugno si preannuncia come uno scontro polarizzato. Keiko Fujimori, nonostante il vantaggio, dovrà confrontarsi con l’eredità ingombrante del padre e con una società civile che in passato l’ha respinta per strettissimi margini. La sua capacità di ampliare il consenso oltre il nucleo storico dei sostenitori sarà decisiva, così come la coesione del fronte avversario. Qualunque sia l’esito, il prossimo presidente erediterà un Paese profondamente diviso e un sistema politico in affanno, chiamato a riconciliare democrazia e efficacia nell’azione di governo.
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa cinese | −0.60 | critical |
In Perù, le elezioni presidenziali sono state segnate da gravi problemi logistici che hanno costretto al prolungamento del voto. Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore, è in testa ma dovrà affrontare un ballottaggio in un contesto politico molto frammentato. Le accuse di brogli, seppur non provate, aggiungono incertezza al processo elettorale.
Il voto presidenziale peruviano è stato funestato da irregolarità e disordini logistici, culminati in una perquisizione della polizia presso l'autorità elettorale. Fujimori è in testa, ma il caos ha gettato ombre sul risultato e prepara un ballottaggio contestato.
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