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sabato 2 maggio 2026

Pogacar guida il Tour de Romandie, ma la corsa femminile arranca tra i campi di colza

Tadej Pogacar continua a tingere di giallo il Tour de Romandie, ma sotto la superficie del trionfo sloveno si intravedono ombre che riguardano il futuro del ciclismo femminile in Svizzera. Il campione del mondo, dopo due vittorie consecutive, si è accontentato del quarto posto nella terza tappa, vinta allo sprint dal francese Dorian Godon, conservando un margine di diciassette secondi sul tedesco Florian Lipowitz. Intorno a lui, i campi di colza in fiore hanno offerto lo stesso spettacolo ipnotico che gli organizzatori elvetici considerano ormai un marchio di fabbrica: una cartolina gialla che, come ha osservato il presidente della fondazione organizzatrice Grégory Devaud, viene spesso citata dai colleghi del Tour de France come tratto distintivo della corsa romanda.

Eppure, proprio mentre le follie registrano un'affluenza record, complici il sole e il richiamo di Pogacar, la situazione del Tour de Romandie femminile appare «molto incerta». Secondo fonti interne all'organizzazione, la prossima edizione, prevista per il settembre 2026, è a rischio cancellazione per ragioni logistiche e finanziarie. Un paradosso che non sfugge agli analisti di Bruxelles, i quali sottolineano come lo sviluppo del ciclismo femminile in Europa proceda a due velocità: da un lato il grande circo maschile catalizza attenzione e risorse, dall'altro le competizioni per donne faticano a trovare sostenibilità.

Mentre la Svizzera si interroga sul futuro della sua gara, il ciclismo africano mostra segni di vitalità. Al Tour du Bénin, il marocchino Salah Eddine Mraouni ha vinto la quarta tappa, lasciando la sua nazionale saldamente al comando della classifica a squadre. Una crescita che, nell'ottica di Rabat, rappresenta un'ancora di salvezza per un movimento in espansione, ma che pone una domanda più ampia: in un panorama ciclistico globale sempre più polarizzato tra superstar e crisi d'identità delle gare minori, quale equilibrio potranno trovare le competizioni medie e femminili?

La risposta, forse, sta in quella capacità di adattamento che il Tour de Romandie maschile ha dimostrato abbracciando il suo paesaggio di colza, ma che ora dovrà declinare anche al femminile per non perdere una generazione di talenti.

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Pogacar guida il Tour de Romandie, ma la corsa femminile arranca tra i campi di colza

Tadej Pogacar continua a tingere di giallo il Tour de Romandie, ma sotto la superficie del trionfo sloveno si intravedono ombre che riguardano il futuro del ciclismo femminile in Svizzera. Il campione del mondo, dopo due vittorie consecutive, si è accontentato del quarto posto nella terza tappa, vinta allo sprint dal francese Dorian Godon, conservando un margine di diciassette secondi sul tedesco Florian Lipowitz. Intorno a lui, i campi di colza in fiore hanno offerto lo stesso spettacolo ipnotico che gli organizzatori elvetici considerano ormai un marchio di fabbrica: una cartolina gialla che, come ha osservato il presidente della fondazione organizzatrice Grégory Devaud, viene spesso citata dai colleghi del Tour de France come tratto distintivo della corsa romanda.

Eppure, proprio mentre le follie registrano un'affluenza record, complici il sole e il richiamo di Pogacar, la situazione del Tour de Romandie femminile appare «molto incerta». Secondo fonti interne all'organizzazione, la prossima edizione, prevista per il settembre 2026, è a rischio cancellazione per ragioni logistiche e finanziarie. Un paradosso che non sfugge agli analisti di Bruxelles, i quali sottolineano come lo sviluppo del ciclismo femminile in Europa proceda a due velocità: da un lato il grande circo maschile catalizza attenzione e risorse, dall'altro le competizioni per donne faticano a trovare sostenibilità.

Mentre la Svizzera si interroga sul futuro della sua gara, il ciclismo africano mostra segni di vitalità. Al Tour du Bénin, il marocchino Salah Eddine Mraouni ha vinto la quarta tappa, lasciando la sua nazionale saldamente al comando della classifica a squadre. Una crescita che, nell'ottica di Rabat, rappresenta un'ancora di salvezza per un movimento in espansione, ma che pone una domanda più ampia: in un panorama ciclistico globale sempre più polarizzato tra superstar e crisi d'identità delle gare minori, quale equilibrio potranno trovare le competizioni medie e femminili?

La risposta, forse, sta in quella capacità di adattamento che il Tour de Romandie maschile ha dimostrato abbracciando il suo paesaggio di colza, ma che ora dovrà declinare anche al femminile per non perdere una generazione di talenti.

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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