
Profitti record e wealth hub: il Medio Oriente bancario sfida l’incertezza geopolitica
Nonostante le tensioni geopolitiche che continuano a segnare lo scenario globale, il sistema bancario del Medio Oriente sta vivendo una stagione di risultati straordinari. A guidare questa tendenza è Abu Dhabi Commercial Bank, che nel primo trimestre del 2026 ha registrato un utile netto record di 3,36 miliardi di dirham, in crescita del 30% su base annua. Un dato che non stupisce chi segue da vicino le economie del Golfo: dietro il boom c’è una strategia di diversificazione dei ricavi che ha permesso di compensare il rallentamento dei tassi d’interesse con un aumento del 36% delle entrate non finanziarie, tra commissioni e trading. La stessa ricetta è stata adottata da Arab African International Bank, che ha chiuso il 2025 con una solida crescita patrimoniale, rafforzando la propria presenza tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
Ma non è solo il credito a trainare questa fase positiva. Dubai, in particolare, si conferma una calamita per i grandi patrimoni. La ventesima edizione del Global Wealth Report di Knight Frank colloca gli Emirati tra i paesi con il più rapido aumento di individui ultra-ricchi, quelli con un patrimonio superiore ai trenta milioni di dollari. Il fenomeno non è isolato: secondo il medesimo studio, l’India potrebbe passare da 207 a 313 miliardari entro il 2031, con Mumbai epicentro di una nuova ondata di creazione di ricchezza domestica. È il segno di un’Asia che cresce e che guarda al Golfo come a un porto sicuro per i propri capitali.
Il quadro non è tuttavia uniforme. In Arabia Saudita, Saudi Awwal Bank ha registrato un lieve calo dell’utile netto (-2%) nel primo trimestre, riflesso di una gestione prudente del rischio in un contesto di incertezza. A Kuwait City, invece, National Bank of Kuwait ha mantenuto la rotta con un utile netto di 135,5 milioni di dinari kuwaitiani, sottolineando la resilienza di un modello diversificato geograficamente. Sono performance che parlano di un ecosistema finanziario regionale maturo, capace di assorbire shock esterni senza perdere slancio.
Per l’Italia e per l’Europa, questi numeri portano con sé implicazioni non banali. Mentre le banche del Vecchio Continente faticano a trovare margini in un contesto di tassi in calo e regolamentazione stringente, gli istituti del Golfo avanzano con bilanci solidi e una crescente capacità di attrarre capitali da Oriente e Occidente. Se la stabilità resterà la parola d’ordine, il Medio Oriente potrebbe diventare non solo un rifugio per la ricchezza globale, ma anche un partner strategico per il finanziamento della transizione energetica e delle infrastrutture. Una prospettiva che, da Bruxelles a Roma, merita di essere seguita con attenzione.
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