
Rientro in Australia di quattro donne e nove bambini dall'orrore del campo siriano di Al-Roj: possibile arresto all'arrivo
Tredici australiani legati all'Isis, tra cui quattro donne e bambini nati in Siria, atterrano a Sydney e Melbourne. La polizia federale annuncia indagini e possibili capi d'imputazione.
Dopo anni di detenzione nei campi profughi nel nord-est della Siria, quattro donne australiane e nove bambini legati allo Stato Islamico sono attesi questa sera a Sydney e Melbourne. La notizia, confermata dal ministro dell'Interno Tony Burke, segna una svolta in una vicenda che tiene in bilico esigenze di sicurezza nazionale e questioni umanitarie. Le donne, definite dalla stampa australiana “spose dell’Isis”, vivevano nel campo di Al-Roj – un inferno di terra battuta e container, come hanno raccontato alcune di loro ai media locali – dopo la caduta del califfato.
Una di loro ha dichiarato: «Vogliamo solo che i nostri bambini siano al sicuro. La Siria è stato un inferno per loro». Ma il governo di Canberra ha ribadito di non aver agevolato il rientro: «Hanno preso una decisione vergognosa e non riceveranno alcun aiuto», ha detto Burke.
La polizia federale, guidata dal commissario Krissy Barrett, ha annunciato che alcune delle donne saranno arrestate all'arrivo e che le indagini per reati di terrorismo e associazione con l’Isis proseguono già da anni, con prove raccolte anche in territorio siriano. Nel gruppo, secondo fonti vicine ai familiari, c'è anche Kawsar Abbas, una nonna di 54 anni, e le sue due figlie con i rispettivi bambini, mentre una quarta donna, Janai Safar, arriverà a Sydney con il figlio di nove anni nato in Siria, mai stato in Australia ma con accento australiano. I padri e gli zii sperano di incontrarli all'aeroporto, ma le forze dell'ordine si preparano a gestire scene potenzialmente caotiche.
Nella prospettiva degli analisti di Bruxelles, il caso australiano si inserisce in un dilemma più ampio che coinvolge anche l'Europa: come gestire il rimpatrio di cittadini che hanno aderito al jihadismo, senza alimentare tensioni sociali e con costi altissimi per la sicurezza. Secondo stime citate da esperti di intelligence, ogni persona sottoposta a sorveglianza continuativa costa al contribuente australiano almeno due milioni di dollari americani lungo tutto l'arco della vita. Per l'Italia, che in passato ha affrontato situazionisimili con i rimpatri di foreign fighters e dei loro familiari, il precedente australiano offre spunti di riflessione: la giustizia penale deve convivere con misure di controllo a lungo termine e con la necessità di non creare nuovi focolai di radicalizzazione.
La prospettiva di Damasco, intanto, incolpa Canberra di aver ritardato il via libera alla partenza, mentre il governo australiano si difende sottolineando che la decisione finale è stata presa dalle autorità siriane. In ogni caso, il ritorno di queste tredici persone non chiude la partita: altre decine di cittadini australiani restano nei campi, e il dibattito sull'obbligo morale di riaccoglierli resta aperto, mentre l'ombra di nuovi processi e di un futuro di sorveglianza serrata si allunga su un'operazione che promette di dominare le cronache nei prossimi giorni.
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