
Siria, arrestato il generale della strage chimica del 2013: un passo verso la giustizia
Il nuovo corso siriano ha compiuto ieri un gesto che, per dimensione simbolica e giuridica, segna una svolta nella transizione post-Assad. Il ministro dell’Interno Anas Khattab ha annunciato la cattura del generale Adnan Abboud Hilweh, uno degli ufficiali ritenuti tra i principali responsabili dell’attacco con gas sarin che il 21 agosto 2013 uccise oltre mille persone – secondo fonti occidentali fino a millequattrocento – nei quartieri orientali di Ghouta, alla periferia di Damasco. Per la prima volta un alto gradimento delle Forze armate fedeli al deposto dittatore viene tradotto davanti alla giustizia del nuovo esecutivo guidato da Ahmed al-Sharaa. La notizia, diffusa sui canali ufficiali, ha immediatamente riacceso i riflettori su uno dei crimini di guerra più atroci del conflitto siriano, rimasto impunito per oltre un decennio.
La repressione chimica del 2013 rappresentò un punto di rottura nella guerra civile siriana: le intelligence occidentali accusarono senza esitazione il regime di Bashar al-Assad, mentre Damasco e Mosca puntarono il dito contro i ribelli. L’arresto di Hilweh – già sanzionato da Washington nel 2022 per «gravi violazioni dei diritti umani» – arriva in un contesto in cui il nuovo governo di Damasco cerca di dimostrare serietà nel perseguire i crimini del vecchio regime, ma anche di gestire con cautela equilibri interni. Secondo gli analisti di Bruxelles, il gesto ha un forte valore politico: mostra una volontà di rottura con il passato, ma solleva dubbi sulla selettività della giustizia. A Damasco, infatti, è già in corso il processo ad Atef Najib, cugino di Assad ed ex capo della sicurezza politica a Daraa, accusato di torture e omicidi. Tuttavia, come osserva la stampa svizzera, la nuova amministrazione sembra chiudere un occhio su altre stragi, specialmente quelle in cui sono coinvolti ex alleati.
La prospettiva di Pechino e Mosca resta cauta: entrambe hanno sempre negato l’uso di armi chimiche da parte di Assad e vedono in questi processi un possibile tentativo di delegittimare ogni residuo legame con il passato. Da Washington, al contrario, arriva un cauto plauso: l’arresto di Hilweh rappresenta un passo avanti nella lotta all’impunità, ma la Casa Bianca sottolinea che la comunità internazionale deve vigilare affinché la transizione non si trasformi in una resa dei conti selettiva. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la vicenda ha un rilievo diretto: il ricorso a gas nervino in Siria ha segnato la memoria collettiva e alimentato i flussi migratori verso il Vecchio continente. Una giustizia credibile a Damasco potrebbe rafforzare le condizioni per un ritorno di rifugiati, tema caldo per il governo di Roma.
Guardando al futuro, il cammino è ancora in salita. La cattura di un generale è un segnale potente, ma la vera sfida sarà estendere il processo di accountability a tutto l’apparato repressivo, coinvolgendo anche gli alleati stranieri del vecchio regime. La domanda che resta sul tavolo, per gli osservatori di Ginevra e delle capitali arabe, è se il nuovo corso siriano avrà la forza e la volontà di spingersi oltre il simbolismo, costruendo una giustizia di transizione capace di sanare le ferite di una guerra che ha devastato il Paese e sconvolto il Medio Oriente.
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