
Sondaggi in caduta libera per Trump: la Casa Bianca trema in vista del midterm
A meno di un anno dalle elezioni di midterm del 2026, la popolarità di Donald Trump ha toccato un nuovo minimo storico, innescando fibrillazioni sia tra i repubblicani sia negli osservatori internazionali. Secondo la media elaborata dal Silver Bulletin, l’indice di gradimento del presidente è sceso sotto il 40 per cento, rendendolo il secondo inquilino della Casa Bianca più impopolare tra gli ultimi nove presidenti alle prese con il voto di metà mandato. Solo Jimmy Carter, nel 1978, fece peggio. Il dato è tanto più significativo se confrontato con il 2018, quando Trump, pur perdendo quaranta seggi alla Camera, godeva di una popolarità maggiore. Oggi i margini sono ancora più sottili: i repubblicani controllano la Camera con appena tre voti di scarto, mentre al Senato il vantaggio è di sei seggi. I democratici fiutano l’occasione per ribaltare la maggioranza, e l’umore dell’elettorato sembra spingere in quella direzione.
A rendere la situazione ancora più delicata è la consapevolezza, finalmente emersa, dello stesso Trump. In un evento alla Casa Bianca di fine febbraio, il presidente aveva lasciato cadere la maschera con un raro momento di sincerità: «Mi stupisce che non ci sia più sostegno là fuori». Due mesi dopo, con i sondaggi in ulteriore calo, quell’incredulità deve essersi trasformata in sgomento. L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos mostra un’erosione trasversale del consenso, che colpisce anche la base più fedele. Gli analisti di Washington leggono in questi numeri un segnale chiaro: il partito repubblicano si trova di fronte a un bivio. Continuare a sostenere un leader sempre più impopolare potrebbe costare caro alle urne, ma prenderne le distanze rischia di spaccare l’elettorato in un momento cruciale.
Oltre Atlantico, le ripercussioni si misurano con crescente preoccupazione. A Bruxelles, i diplomatici seguono con attenzione l’evoluzione della crisi politica americana, consapevoli che un’amministrazione Trump indebolita potrebbe diventare ancora più imprevedibile su dossier fondamentali come i dazi commerciali e il sostegno alla Nato. Per l’Italia, alleata storica degli Stati Uniti in Europa, lo scenario è ambiguo: da un lato, una Casa Bianca in difficoltà potrebbe essere meno propensa a forzare nuovi equilibri internazionali; dall’altro, il rischio di decisioni impulsive – magari su tariffe o sanzioni – resta alto. Gli osservatori di Roma sottolineano come la stabilità della leadership americana sia un fattore chiave per le nostre esportazioni e per la sicurezza del fianco orientale europeo.
Guardando avanti, l’esito del midterm non è scontato. La storia insegna che la popolarità presidenziale può rimbalzare, soprattutto se l’economia dovesse sorridere o se emergesse una crisi internazionale capace di unire il Paese. Tuttavia, gli analisti di Bruxelles ricordano che il ciclo elettorale americano è ormai entrato nella fase più calda, e che i numeri attuali rendono difficile un recupero rapido. I democratici sembrano aver imparato la lezione del 2018: non contare solo sull’antitrumperia, ma costruire una proposta concreta per l’elettorato di ceto medio. I repubblicani, dal canto loro, dovranno scegliere se remare con il presidente o tentare di correggere la rotta. In ogni caso, il mondo osserva: l’esito del voto di novembre non ridisegnerà solo i rapporti di forza a Washington, ma anche le relazioni transatlantiche per il resto del decennio.
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