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lunedì 27 aprile 2026

Stallo Usa-Iran, Araghchi cerca sponde in Oman e Russia per blindare Hormuz

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha improntato una fitta offensiva diplomatica proprio mentre il negoziato con Washington, affidato alla mediazione pachistana, segnava il passo. Dopo l’infruttuoso passaggio di Islamabad – dove aveva incontrato il capo di stato maggiore e il primo ministro – Araghchi si è spostato prima a Mascate per un colloquio con il sultano Haitham bin Tariq, e subito dopo a Mosca per colloqui con il presidente Putin. Il cuore del messaggio portato in entrambe le capitali ruota attorno alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, definito «una questione globale vitale», e alla necessità di costruire meccanismi di sicurezza collettiva regionale che, secondo l’ottica di Teheran, taglino fuori quella che viene bollata come la radice dell’instabilità: la presenza militare americana.

A Mascate, stando ai resoconti omaniti, il sultano ha ascoltato le valutazioni iraniane sugli sviluppi bellici e sulle sfide alla navigazione, ribadendo la disponibilità a promuovere soluzioni politiche sostenibili che limitino il costo umano delle crisi. Araghchi, da parte sua, ha ringraziato l’Oman per la «posizione saggia» tenuta di fronte a quella che l’Iran descrive come una guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Ha inoltre rinnovato l’impegno a proteggere le relazioni amichevoli con i Paesi del Golfo meridionale, pur ammonendo che il dispositivo militare statunitense alimenta insicurezza e divisione. La prospettiva di Mascate resta improntata a un equilibrio delicato: sostenere il dialogo senza avallare la retorica anti-americana, preservando al contempo il proprio ruolo di mediatore storico e le partnership di sicurezza con l’Occidente.

A Mosca, Araghchi ha alzato ulteriormente la posta dichiarando che la libertà di transito attraverso Hormuz è un dossier che accomuna tutti. L’incontro con Putin segnala la volontà del Cremlino di cavalcare il dossier, offrendo copertura diplomatica a una narrazione che mette in discussione l’architettura di sicurezza guidata da Washington. Secondo gli analisti di Bruxelles, qualsiasi ambiguità attorno a Hormuz – dove transita circa un quinto del petrolio mondiale – provocherebbe ripercussioni immediate sui prezzi energetici, colpendo in modo particolare l’Italia e l’Europa, già provate dal riassetto delle rotte di approvvigionamento. Per questo, il legame che Teheran sta stringendo tra lo stallo negoziale e la sicurezza dei colli di bottiglia marittimi viene osservato con apprensione.

Il fallimento del canale pachistano, confermato dall’assenza di progressi dopo il vertice con i vertici militari e civili di Islamabad, spiega la virata iraniana. L’ottica di Pechino, interessata alla stabilità energetica e al mantenimento di un filo con l’Iran, potrebbe vedere con favore un formato allargato che tolga centralità a Washington; ma le capitali del Golfo, pur mantenendo aperti i canali bilaterali, temono che l’enfasi su architetture regionali autonome possa tradursi in una legittimazione dell’influenza iraniana attraverso milizie e proiezioni asimmetriche.

Nelle prossime settimane si capirà se il dinamismo di Araghchi porterà a una concreta de-escalation o se si tratterà soltanto di un riposizionamento tattico in vista di una fase ancora più acuta. Per Roma e per l’Europa la priorità resta la salvaguardia della navigazione nello Stretto e l’impedimento di una spirale bellica che getterebbe le borse del Vecchio Continente nel caos, mentre il nodo di fondo – il programma nucleare iraniano e la sua proiezione regionale – rimane irrisolto, in attesa di un negoziato che nessuna mediazione sembra oggi in grado di rimettere in carreggiata.

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lunedì 27 aprile 2026

Stallo Usa-Iran, Araghchi cerca sponde in Oman e Russia per blindare Hormuz

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha improntato una fitta offensiva diplomatica proprio mentre il negoziato con Washington, affidato alla mediazione pachistana, segnava il passo. Dopo l’infruttuoso passaggio di Islamabad – dove aveva incontrato il capo di stato maggiore e il primo ministro – Araghchi si è spostato prima a Mascate per un colloquio con il sultano Haitham bin Tariq, e subito dopo a Mosca per colloqui con il presidente Putin. Il cuore del messaggio portato in entrambe le capitali ruota attorno alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, definito «una questione globale vitale», e alla necessità di costruire meccanismi di sicurezza collettiva regionale che, secondo l’ottica di Teheran, taglino fuori quella che viene bollata come la radice dell’instabilità: la presenza militare americana.

A Mascate, stando ai resoconti omaniti, il sultano ha ascoltato le valutazioni iraniane sugli sviluppi bellici e sulle sfide alla navigazione, ribadendo la disponibilità a promuovere soluzioni politiche sostenibili che limitino il costo umano delle crisi. Araghchi, da parte sua, ha ringraziato l’Oman per la «posizione saggia» tenuta di fronte a quella che l’Iran descrive come una guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Ha inoltre rinnovato l’impegno a proteggere le relazioni amichevoli con i Paesi del Golfo meridionale, pur ammonendo che il dispositivo militare statunitense alimenta insicurezza e divisione. La prospettiva di Mascate resta improntata a un equilibrio delicato: sostenere il dialogo senza avallare la retorica anti-americana, preservando al contempo il proprio ruolo di mediatore storico e le partnership di sicurezza con l’Occidente.

A Mosca, Araghchi ha alzato ulteriormente la posta dichiarando che la libertà di transito attraverso Hormuz è un dossier che accomuna tutti. L’incontro con Putin segnala la volontà del Cremlino di cavalcare il dossier, offrendo copertura diplomatica a una narrazione che mette in discussione l’architettura di sicurezza guidata da Washington. Secondo gli analisti di Bruxelles, qualsiasi ambiguità attorno a Hormuz – dove transita circa un quinto del petrolio mondiale – provocherebbe ripercussioni immediate sui prezzi energetici, colpendo in modo particolare l’Italia e l’Europa, già provate dal riassetto delle rotte di approvvigionamento. Per questo, il legame che Teheran sta stringendo tra lo stallo negoziale e la sicurezza dei colli di bottiglia marittimi viene osservato con apprensione.

Il fallimento del canale pachistano, confermato dall’assenza di progressi dopo il vertice con i vertici militari e civili di Islamabad, spiega la virata iraniana. L’ottica di Pechino, interessata alla stabilità energetica e al mantenimento di un filo con l’Iran, potrebbe vedere con favore un formato allargato che tolga centralità a Washington; ma le capitali del Golfo, pur mantenendo aperti i canali bilaterali, temono che l’enfasi su architetture regionali autonome possa tradursi in una legittimazione dell’influenza iraniana attraverso milizie e proiezioni asimmetriche.

Nelle prossime settimane si capirà se il dinamismo di Araghchi porterà a una concreta de-escalation o se si tratterà soltanto di un riposizionamento tattico in vista di una fase ancora più acuta. Per Roma e per l’Europa la priorità resta la salvaguardia della navigazione nello Stretto e l’impedimento di una spirale bellica che getterebbe le borse del Vecchio Continente nel caos, mentre il nodo di fondo – il programma nucleare iraniano e la sua proiezione regionale – rimane irrisolto, in attesa di un negoziato che nessuna mediazione sembra oggi in grado di rimettere in carreggiata.

Divergenza delle fonti

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