
Stellantis tra esuberi e trattative: lo spettro cinese incombe sulle fabbriche italiane
Il futuro dell'automotive italiano si gioca su due tavoli distinti ma convergenti. Da un lato, Stellantis ha annunciato ai sindacati l'apertura di un nuovo scivolo per 425 operai dello stabilimento di Melfi, portando a oltre mille le uscite incentivate dai siti italiani dall'inizio del 2026. Dall'altro, secondo quanto riferito da Bloomberg, il gruppo guidato da Antonio Filosa starebbe valutando la cessione di alcuni impianti europei, tra cui quello di Cassino, aprendo la strada a un possibile ingresso della produzione cinese in Italia. Le due notizie, apparentemente distinte, raccontano la medesima strategia: ridurre la capacità produttiva in eccesso e capitalizzare sulle strutture residue, anche a costo di cederle a competitor asiatici.
La scelta di allontanare personale da Melfi – circa il dieci per cento della forza lavoro locale – è il segnale più evidente di una fabbrica che fatica a saturare i volumi nonostante il leggero aumento della produzione registrato nel primo trimestre. Dall'ottica di Bruxelles, questa tendenza conferma le preoccupazioni per un settore automotive europeo in affanno, stretto tra la transizione elettrica e la concorrenza dei marchi cinesi, che già erodono quote di mercato nelle vendite. Ma è proprio quest'ultimo aspetto a rendere la vicenda ancora più delicata: se Stellantis dovesse davvero cedere Cassino a un partner cinese, Pechino otterrebbe ciò che i dazi europei cercano di impedire, ovvero la possibilità di produrre direttamente sul suolo continentale, aggirando le barriere tariffarie.
Il governo italiano, nel frattempo, osserva con crescente apprensione. Da un lato, la riduzione dell'occupazione in Basilicata – regione già fragile dal punto di vista economico – rischia di alimentare tensioni sociali. Dall'altro, l'ipotesi di un ingresso cinese nella produzione nazionale divide le sensibilità: alcuni vedrebbero in un accordo con BYD o altri colossi un'ancora di salvezza per gli stabilimenti a rischio chiusura, mentre altri temono un progressivo svuotamento del know-how industriale italiano.
A livello europeo, la partita è ancora più complessa. Bruxelles ha varato misure protezionistiche contro i veicoli elettrici cinesi, ma se Pechino riuscisse a produrre in Italia, quelle barriere diventerebbero inutili. Gli analisti continentali sottolineano come la trasformazione di Stellantis – nata dalla fusione tra Fiat-Chrysler e PSA – stia assumendo i contorni di una ristrutturazione silenziosa, in cui la riduzione dei posti di lavoro e la ricerca di soci orientali sono due facce della stessa medaglia.
Guardando avanti, lo scenario più probabile è quello di una progressiva ibridazione del settore: gli stabilimenti italiani potrebbero diventare hub per produzioni a marchio cinese, con Stellantis che incasserebbe risorse fresche per finanziare la propria transizione elettrica. Per gli operai di Melfi e Cassino, però, il futuro si fa incerto: tra buonuscite e possibili assunzioni da parte di nuovi padroni, la continuità occupazionale non è affatto garantita. In questo quadro, la capacità del governo di negoziare condizioni stringenti per eventuali cessioni sarà cruciale per evitare che l'industria italiana si riduca a semplice piattaforma produttiva per marchi stranieri, perdendo definitivamente la propria autonomia strategica.
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