
Strage sul Panamericana: venti morti, la Colombia affonda nella spirale pre-elettorale
La deflagrazione che sabato ha squarciato un autobus sulla Panamericana, nel municipio di Cajibío, ha scavato un cratere di duecento metri cubi nell’asfalto e una ferita ancora più profonda nel precario equilibrio colombiano. L’esplosione, innescata da un ordigno rudimentale, ha ucciso venti civili – quindici donne e cinque uomini – e ne ha feriti trentasei, tra cui cinque minori, mentre viaggiavano lungo l’arteria che collega Cali a Popayán. Il governatore del Cauca, Octavio Guzmán, l’ha definita «l’attacco più brutale contro la popolazione civile degli ultimi decenni»; il presidente Gustavo Petro ha subito puntato il dito contro le fazioni dissidenti delle Farc, quei gruppi che dopo l’accordo di pace del 2016 non hanno mai deposto le armi, come il fronte Jaime Martínez e la struttura legata a Iván Mordisco, radicati in uno dei dipartimenti più contesi per il controllo delle rotte della cocaina.
La strage non è un episodio isolato, ma il culmine di una catena di attentati che in quarantotto ore hanno riportato la sicurezza al centro del dibattito pubblico. Il Cauca convive da anni con la presenza intermittente dello Stato, in un intreccio di economie illegali, guerriglie mutate in narcotraffico e comunità stanche di subire la guerra. Eppure, a esacerbare la tensione interviene la prossimità delle elezioni presidenziali: secondo osservatori vicini a Bogotá, il sangue versato sulla Panamericana rischia di diventare un’arma di campagna elettorale. Lo stesso Petro, architetto di una «Paz Total» sempre più fragile, ha insinuato che l’attentato possa giovare ai suoi rivali più accreditati, come Paloma Valencia e Abelardo de la Espriella, fautori di una linea dura; il sospetto, anziché compattare il Paese, ne aggrava la polarizzazione.
A Bruxelles, dove l’Unione Europea ha investito ingenti risorse nel fondo fiduciario per la pace colombiana, l’ondata di violenza è letta come un campanello d’allarme che rischia di vanificare anni di diplomazia e cooperazione. Da Pechino, invece, lo sguardo è rivolto alla Panamericana come simbolo di connettività infrastrutturale: un asse cruciale per il commercio che la Cina osserva con crescente interesse nel quadro della Belt and Road latinoamericana, e che ora mostra tutta la sua vulnerabilità. Anche Città del Messico, con un comunicato ufficiale, ha espresso solidarietà alla Colombia, ribadendo che «la violenza non sarà mai la via per dirimere le differenze» – una presa di posizione che risuona in un continente dove l’ombra del conflitto armato non è mai davvero scomparsa.
La prospettiva più inquietante, tuttavia, è quella che guarda al futuro immediato. L’attentato, proprio mentre l’opinione pubblica è chiamata a scegliere la prossima guida del Paese, rischia di premiare i discorsi securitari che promettono manu militari e seppelliscono definitivamente un negoziato inclusivo. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia che attraverso la Comunità di Sant’Egidio e la cooperazione allo sviluppo ha accompagnato il percorso di pacificazione, ciò significherebbe la sconfessione di un modello di mediazione in cui si è creduto a lungo. Le urne colombiane diventano così il banco di prova di un dilemma globale: la pace si costruisce con il dialogo o si impone con la forza? La deflagrazione di Cajibío, con il suo carico di dolore, non offre risposte, ma pone una domanda che nessuno, da Bogotá a Bruxelles, può più permettersi di eludere.
Allarga lo sguardo
Trump annuncia un accordo per il disarmo di Hamas, ma Israele resta scettico
4 lingue · 103 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate