
Mohammed bin Salman frena Trump: «No all'attacco all'Iran». Il retroscena del colloquio
Il principe ereditario saudita ha espresso timori per un'operazione militare su larga scala e ha chiesto di privilegiare il dialogo, mentre cresce la mediazione regionale.
Sabato scorso, in una telefonata con il presidente americano Donald Trump, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha manifestato forte preoccupazione per i piani di un imminente attacco su vasta scala contro l'Iran, sollecitando invece una riduzione delle tensioni. Lo conferma l'agenzia di stampa ufficiale saudita Was, che parla di un colloquio incentrato sugli sviluppi regionali e sulla necessità di «privilegiare il linguaggio del dialogo per allentare l'escalation». Fonti americane citate dal sito Axios precisano che il principe ha chiesto chiarimenti sul piano operativo e ha esortato Trump a non procedere con i raid.
La telefonata è avvenuta mentre l'amministrazione statunitense stava valutando una campagna di bombardamenti contro obiettivi energetici e missilistici iraniani, come rappresaglia per un attacco a una base americana in Giordania e per le continue interferenze alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Secondo la Cnn, il Comando centrale aveva già predisposto le opzioni per un'offensiva di due settimane, con possibili obiettivi anche nucleari. Trump, che in un primo momento aveva minacciato colpi «molto duri», ha poi annunciato a tarda sera di aver sospeso le operazioni, affermando che l'Iran e «altri Paesi del Medio Oriente» gli avevano chiesto di trattenersi.
La posizione di Riad, pur essendo un alleato chiave di Washington e avendo condotto solo pochi giorni prima attacchi congiunti contro gruppi filo-iraniani in Iraq – operazione costata la vita a cinque consiglieri militari iraniani –, riflette il timore di un conflitto regionale incontrollato. Il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, aveva già comunicato al vicepresidente americano J.D. Vance che il regno «sostiene la riduzione della tensione con l'Iran». Teheran, da parte sua, ha avvertito che qualsiasi azione ostile, o la complicità di Paesi terzi, scatenerebbe una risposta «decisa e proporzionata» contro infrastrutture energetiche israeliane e del Golfo.
Parallelamente, si è intensificata l'attività diplomatica: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto colloqui con gli omologhi di Turchia, Arabia Saudita e con il capo dell'esercito pachistano, mentre mediatori del Qatar e dell'Oman hanno incontrato separatamente Araghchi e l'inviato speciale americano Steve Witkoff per gettare le basi di un accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Fonti informate parlano di progressi, ma resta incerto se basteranno a disinnescare la crisi. Al momento, la Casa Bianca e l'ambasciata saudita a Washington non hanno commentato ufficialmente il contenuto del colloquio.
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.50 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
La monarchia saudita si presenta come mediatrice responsabile, chiedendo dialogo e stabilità.
Universalizza gli interessi sauditi come interessi di tutta la regione, presentando la richiesta di de-escalation come un atto di responsabilità globale.
Omette il contesto dell'imminente attacco americano, presentando la telefonata come una routine diplomatica.
L'Iran smaschera la propaganda americana e svela che persino gli alleati di Washington temono le sue avventure militari.
Delegittima la fonte (Axios e il giornalista Barak Ravid) definendola come operazione psicologica, mentre usa la stessa notizia per confermare la narrazione iraniana dell'aggressività USA.
Tace il ruolo costruttivo della mediazione saudita e l'iniziativa di Riyadh, concentrandosi solo sullo scetticismo verso la fonte.
Il principe saudita si è rivolto direttamente a Trump per bloccare un attacco su larga scala, dimostrando che anche i partner della Casa Bianca sono preoccupati.
Drammatizza la situazione usando un tono da breaking news e attribuendo a fonti anonime la rivelazione di un retroscena, creando un senso di urgenza e segretezza.
Non menziona la dichiarazione ufficiale saudita che invoca il dialogo, concentrandosi solo sulla richiesta di fermare l'attacco.
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