
Stretto di Hormuz, gli Usa e i Paesi del Golfo portano all'Onu una risoluzione contro l'Iran
Washington e i monarchi del Golfo chiedono all'Onu di fermare le «minacce» di Teheran, ma dopo le pressioni cancellano il riferimento al Capitolo VII.
La mossa diplomatica più recente intorno allo Stretto di Hormuz porta la firma congiunta di Stati Uniti e Bahrain, sostenuti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Giovedì scorso i sei Paesi hanno presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione che chiede all'Iran di cessare immediatamente «ogni attacco e minaccia» contro le navi mercantili, di rimuovere le mine navali e di denunciare la loro posizione esatta, oltre a istituire un corridoio umanitario sotto egida Onu. La bozza, secondo fonti diplomatiche citate da Al Jazeera, ha subito una modifica sostanziale: il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu – che autorizza l'uso della forza – è stato espunto, segno di una mediazione per evitare un veto di Russia o Cina e per non inasprire ulteriormente i rapporti con Teheran.
La posta in gioco è alta, come hanno ribadito gli ambasciatori dei Paesi del Golfo intervenuti nel dibattito. L'emissario saudita ha definito lo stretto «un'arteria vitale del commercio mondiale», mentre il rappresentante kuwaitiano ha messo in guardia dalle «gravi conseguenze» di qualsiasi blocco. Per gli analisti di Bruxelles, la risoluzione rappresenta un tentativo di arginare quella che Washington e Riyad descrivono come una strategia iraniana di «estorsione» attraverso pedaggi illegali e la minaccia costante alla libertà di navigazione. La delegazione emiratina ha sottolineato due punti chiave del testo: la condanna esplicita del «bajjaggio finanziario» imposto alle imbarcazioni e l'obbligo per Teheran di fornire una mappa dettagliata delle mine.
Dall'altra parte, l'ambasciatore iraniano all'Onu, Amir Saeid Iravani, ha respinto con forza l'iniziativa, definendola «profondamente viziata, unilaterale e politicamente motivata». Secondo l'ottica di Teheran, l'unica soluzione sostenibile per lo Stretto di Hormuz passa attraverso «la fine permanente della guerra, la rimozione del blocco navale e il ripristino del traffico normale». Iravani ha accusato gli Stati Uniti e i loro alleati di ignorare le violazioni commesse da Israele nella regione e di strumentalizzare il Consiglio di Sicurezza per creare una «cortina fumogena» contro l'Iran. L'analista mediorientale Hossein Hanizadeh, citato da fonti iraniane, ha ribadito che «l'Iran mantiene il pieno controllo dello stretto» e che la risoluzione serve solo a fare propaganda.
Per l'Europa e per l'Italia in particolare, la questione ha implicazioni dirette: lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale e per una quota significativa del gas liquefatto. Roma, che dipende dalle importazioni energetiche via mare, segue con apprensione l'escalation. Gli analisti comunitari ritengono che, in assenza di un'intesa, le tensioni potrebbero tradursi in un aumento dei premi assicurativi per le navi e in una nuova instabilità nei prezzi dell'energia, proprio mentre l'Europa cerca di diversificare le rotte dopo la crisi ucraina. Il voto al Consiglio di Sicurezza – previsto nei prossimi giorni – vedrà probabilmente l'astensione di Mosca e Pechino, ma la decisione di eliminare il Capitolo VII ha già ridotto il rischio di uno scontro frontale. Resta da vedere se la pressione diplomatica basterà a dissuadere Teheran o se, al contrario, la tensione nello Stretto si trasformerà in un nuovo banco di prova per l'ordine marittimo globale.
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