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sabato 25 aprile 2026

Superbonus, PNRR e crescita zero: l'Italia nel labirinto del debito europeo

Il deficit pubblico italiano tornerà a salire quest'anno per la prima volta dal 2020, infrangendo la soglia del 3 per cento e allontanando la possibilità di uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La ragione, emersa solo nelle ultime settimane, ha un volto ormai familiare: il Superbonus. Secondo i tecnici del ministero dell'Economia, senza l'impatto dei crediti edilizi riemersi in gran parte in maniera inattesa, il disavanzo si sarebbe fermato al 2,7 per cento, consentendo la chiusura del capitolo sanzionatorio aperto da Bruxelles. È un paradosso amaro per un governo che rivendicava il risanamento, ma che ora deve fare i conti con una coda di spesa ereditata e con una crescita inchiodata allo 0,6 per cento, nonostante i circa quattrocento miliardi immessi nel sistema tra bonus e Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Proprio il PNRR, la preziosa riserva di carburante dell'economia italiana, vive la sua fase più convulsa: trenta miliardi di euro da spendere in una manciata di mesi prima della scadenza del 30 giugno, mentre il governo ridimensiona gli strumenti per il Mezzogiorno – la Zes unica scenderà a un miliardo nel 2027 – e lascia ferme le risorse per le isole e il dissesto idrogeologico. L'allarme di Openpolis risuona mentre la parola recessione cessa di essere un tabù, e il Documento di finanza pubblica in discussione alla Camera rivela che il costo dei bonus edilizi ha neutralizzato anche lo spazio di bilancio che avrebbe potuto finanziare sanità e coesione territoriale.

Se dall'Italia lo sguardo si allarga all'Europa, emergono percorsi di consolidamento dai ritmi assai diversi, che rendono meno scontato il tradizionale confronto nord-sud del debito. Dalla penisola iberica, Madrid riduce il proprio debito pubblico di un solo punto percentuale in un anno, un passo molto più lento rispetto agli altri Paesi un tempo etichettati con l'acronimo spregiativo PIGS: la Grecia, nonostante un rapporto debito/PIL ancora al 146 per cento, lo ha abbattuto di otto punti, l'Irlanda di cinque punti e mezzo, il Portogallo di quasi quattro. Secondo gli analisti di Bruxelles, la divergenza spagnola si spiega in parte con l'applicazione meno rigorosa delle riforme strutturali rispetto a Lisbona o Dublino, mentre Atene beneficia della credibilità faticosamente riguadagnata dopo l'ultimo salvataggio.

Eppure, anche il Nord Europa non è immune da difficoltà che sfumano la retorica della virtù fiscale. Da Helsinki, il ministero delle Finanze finlandese lancia un allarme che suona inaspettatamente aspro: il rapporto debito/PIL si avvicina al 90 per cento, la situazione economica è definita «estremamente difficile». La ministra Riikka Pürra cita con franchezza la combinazione di disoccupazione elevata, crescita quasi nulla e invecchiamento della popolazione, escludendo al contempo nuovi aiuti statali alle imprese e annunciando tagli alla spesa sociale per 240 milioni di euro nel prossimo bilancio. È il segnale che la stretta monetaria e la frammentazione geopolitica stanno logorando anche le economie tradizionalmente solide.

In questo quadro, l'ottica di Pechino e delle grandi capitali extraeuropee resta distante, attenta piuttosto all'evoluzione dei dazi e alla tenuta della domanda globale. Per l'Europa, invece, il nodo centrale resta la crescita. Il dibattito italiano sul 3 per cento è un falso dramma, sostengono da più parti: la vera fragilità non sta nel decimo di punto che separa dal rientro formale, ma nel fatto che il Paese, dopo una maxi-dose di stimoli, torni stabilmente a crescere ben al di sotto della media continentale. Senza un aumento strutturale della produttività, ogni sforzo di bilancio sarà vanificato, e la riduzione del debito rimarrà una chimera, a prescindere dalle sigle con cui la tecnocrazia tenta di classificare i ritardatari.

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Superbonus, PNRR e crescita zero: l'Italia nel labirinto del debito europeo

Il deficit pubblico italiano tornerà a salire quest'anno per la prima volta dal 2020, infrangendo la soglia del 3 per cento e allontanando la possibilità di uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La ragione, emersa solo nelle ultime settimane, ha un volto ormai familiare: il Superbonus. Secondo i tecnici del ministero dell'Economia, senza l'impatto dei crediti edilizi riemersi in gran parte in maniera inattesa, il disavanzo si sarebbe fermato al 2,7 per cento, consentendo la chiusura del capitolo sanzionatorio aperto da Bruxelles. È un paradosso amaro per un governo che rivendicava il risanamento, ma che ora deve fare i conti con una coda di spesa ereditata e con una crescita inchiodata allo 0,6 per cento, nonostante i circa quattrocento miliardi immessi nel sistema tra bonus e Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Proprio il PNRR, la preziosa riserva di carburante dell'economia italiana, vive la sua fase più convulsa: trenta miliardi di euro da spendere in una manciata di mesi prima della scadenza del 30 giugno, mentre il governo ridimensiona gli strumenti per il Mezzogiorno – la Zes unica scenderà a un miliardo nel 2027 – e lascia ferme le risorse per le isole e il dissesto idrogeologico. L'allarme di Openpolis risuona mentre la parola recessione cessa di essere un tabù, e il Documento di finanza pubblica in discussione alla Camera rivela che il costo dei bonus edilizi ha neutralizzato anche lo spazio di bilancio che avrebbe potuto finanziare sanità e coesione territoriale.

Se dall'Italia lo sguardo si allarga all'Europa, emergono percorsi di consolidamento dai ritmi assai diversi, che rendono meno scontato il tradizionale confronto nord-sud del debito. Dalla penisola iberica, Madrid riduce il proprio debito pubblico di un solo punto percentuale in un anno, un passo molto più lento rispetto agli altri Paesi un tempo etichettati con l'acronimo spregiativo PIGS: la Grecia, nonostante un rapporto debito/PIL ancora al 146 per cento, lo ha abbattuto di otto punti, l'Irlanda di cinque punti e mezzo, il Portogallo di quasi quattro. Secondo gli analisti di Bruxelles, la divergenza spagnola si spiega in parte con l'applicazione meno rigorosa delle riforme strutturali rispetto a Lisbona o Dublino, mentre Atene beneficia della credibilità faticosamente riguadagnata dopo l'ultimo salvataggio.

Eppure, anche il Nord Europa non è immune da difficoltà che sfumano la retorica della virtù fiscale. Da Helsinki, il ministero delle Finanze finlandese lancia un allarme che suona inaspettatamente aspro: il rapporto debito/PIL si avvicina al 90 per cento, la situazione economica è definita «estremamente difficile». La ministra Riikka Pürra cita con franchezza la combinazione di disoccupazione elevata, crescita quasi nulla e invecchiamento della popolazione, escludendo al contempo nuovi aiuti statali alle imprese e annunciando tagli alla spesa sociale per 240 milioni di euro nel prossimo bilancio. È il segnale che la stretta monetaria e la frammentazione geopolitica stanno logorando anche le economie tradizionalmente solide.

In questo quadro, l'ottica di Pechino e delle grandi capitali extraeuropee resta distante, attenta piuttosto all'evoluzione dei dazi e alla tenuta della domanda globale. Per l'Europa, invece, il nodo centrale resta la crescita. Il dibattito italiano sul 3 per cento è un falso dramma, sostengono da più parti: la vera fragilità non sta nel decimo di punto che separa dal rientro formale, ma nel fatto che il Paese, dopo una maxi-dose di stimoli, torni stabilmente a crescere ben al di sotto della media continentale. Senza un aumento strutturale della produttività, ogni sforzo di bilancio sarà vanificato, e la riduzione del debito rimarrà una chimera, a prescindere dalle sigle con cui la tecnocrazia tenta di classificare i ritardatari.

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