
Teatro di guerra a Tehran: le macerie rivelano l’entità del disastro tra tregua fragile e pressioni internazionali
A più di cinque settimane dall’inizio delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, il cessate il fuoco fragile annunciato da Donald Trump e prorogato a tempo indeterminato offre agli abitanti di Tehran la prima occasione per misurarsi con l’entità della distruzione. Una città di nove milioni di anime si scopre segnata da cumuli di macerie e palazzi sventrati in diversi quartieri, mentre il percorso negoziale resta bloccato sulle tre spine del programma nucleare iraniano, del controllo sullo Stretto di Hormuz e del sostegno di Tehran alle milizie regionali. Secondo gli analisti di Bruxelles, la finestra diplomatica si sta rapidamente restringendo, e il monito più esplicito arriva da Islamabad: fonti vicine alla diplomazia pachistana riferiscono che il capo di stato maggiore Asim Munir ha avvertito i vertici iraniani che il tempo per un accordo con Washington è sostanzialmente scaduto, un segnale che aggrava la pressione su una leadership già isolata.
In questo quadro opaco, dove le autorità iraniane hanno imposto severe restrizioni alla fotografia e alla connettività internet e gli Stati Uniti limitano la diffusione di immagini satellitari ad alta risoluzione, la ricostruzione dei danni si affida a strumenti indiretti. I ricercatori dell’Università statale dell’Oregon, utilizzando immagini radar, hanno censito almeno 7.645 edifici danneggiati o distrutti in tutto il paese: tra questi figurano sessanta scuole e dodici centri sanitari, a testimonianza di un impatto che colpisce in modo sproporzionato la popolazione civile. A Tehran, dove la densità abitativa è altissima, l’analisi della copertura del suolo condotta da Bloomberg evidenzia come la strategia del governo di utilizzare scudi umani renda quasi impossibile distinguere tra obiettivi militari e civili. Lo stesso vice ministro per l’aviazione civile, Hamidreza Sanei, ha ammesso che due aeroporti – uno petrolifero e uno civile – sono ormai inagibili, mentre gli altri scali dovrebbero tornare operativi a breve.
L’ottica di Pechino, che osserva con preoccupazione le ripercussioni sull’approvvigionamento energetico globale, si allinea a quella delle cancellerie europee: per Roma e Bruxelles la stabilizzazione del Golfo Persico è vitale non solo per gli equilibri geopolitici ma anche per il prezzo del gas e la sicurezza delle rotte commerciali. Le stime ufficiali delle vittime, che parlano di almeno 3.300 morti tra civili e militari, sono probabilmente parziali. Con la tregua sospesa tra reciproche accuse e la minaccia di una escalation improvvisa, il futuro della regione – e dell’intera architettura di non proliferazione – si gioca sulla capacità delle parti di trasformare una pausa armata in un negoziato credibile. Ma il cumulo di macerie sotto cui giace Tehran suggerisce che la fiducia è ormai la prima vittima del conflitto.
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