
Tensioni diplomatiche in Africa: il Sudafrica nega le violenze xenofobe ma la pressione cresce
Tra accuse di video falsi e proteste anti-immigrati, Pretoria è sotto pressione. L'Onu e la Chiesa africana chiedono azioni concrete per i migranti.
Il governo sudafricano ha preso una posizione netta di fronte all'ondata di proteste xenofobe che hanno scosso il paese nelle scorse settimane: i video che circolano sui social, ritraendo presunti attacchi a cittadini stranieri, sarebbero falsi. Una dichiarazione che però non placa la crescente tensione diplomatica con diverse nazioni africane. Il Ghana ha già scritto all'Unione Africana chiedendo un dibattito urgente, mentre la Nigeria ha offerto il rimpatrio ai propri connazionali e paesi come Kenya, Malawi, Lesotho e Zimbabwe hanno lanciato allarmi simili. La questione non è nuova, ma una formazione politica inedita, che ha sfilato per le strade di Johannesburg e Pretoria in abiti tradizionali zulu e con cartelli “It is time to go”, ha riacceso i timori di una nuova spirale di violenza contro i migranti provenienti da altri Stati del continente.
A fronte di un clima che gli osservatori internazionali descrivono come incendiario, la risposta di Pretoria appare in difficoltà. Da un lato tenta di minimizzare la portata del fenomeno, bollando le immagini come manipolate; dall’altro si trova a dover gestire una crisi di credibilità con i vicini africani, che chiedono garanzie per la sicurezza dei propri cittadini. In questo scenario, il Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM) ha espresso piena solidarietà ai vescovi sudafricani per la loro “posizione profetica” a difesa dei migranti, e ha denunciato la discriminazione come una ferita che lacerà il tessuto sociale del continente.
Ma il fenomeno sudafricano non è un caso isolato. A New York, nel corso del secondo Forum internazionale di revisione sulle migrazioni, la presidente del Consiglio nazionale dei diritti umani del Marocco e dell’Alleanza globale delle istituzioni nazionali per i diritti umani, Amina Bouayach, ha lanciato un appello per colmare il divario tra gli impegni internazionali e la realtà vissuta dai migranti. Le sfide migratorie, ha detto, non sono dibattiti politici o cifre nei rapporti, ma storie umane segnate da dolore e disuguaglianze profonde nella gestione globale del fenomeno.
Per Bruxelles e per l’Europa – e in particolare per l’Italia, che si trova sulla prima linea delle rotte migratorie – il caso sudafricano offre una lezione amara: la retorica securitaria e la negazione del problema non bastano a contenere l’escalation sociale. Mentre il Forum di New York cerca di tradurre le parole in azioni concrete, la diplomazia africana resta in attesa di segnali da Pretoria. Il rischio, per tutti, è che il silenzio o le smentite finiscano per alimentare ulteriormente la spirale di ostilità, spingendo l’intero continente – e non solo – verso una nuova fase di tensioni difficilmente controllabili.
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