
Scontro sui cieli: Ryanair chiede il divieto di alcol nei mattini, Wetherspoon tira in ballo Orwell
Michael O’Leary propone di limitare la vendita di alcolici negli aeroporti prima delle 10. Tim Martin replica: «Siamo al Grande Fratello». Il dibattito infiamma l’Europa.
Un aereo al giorno, in media, è costretto a deviare rotta per via di passeggeri ubriachi. Lo ha denunciato Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, in un’intervista al Times, chiedendo l’introduzione di un divieto di somministrazione di alcolici nei bar aeroportuali durante le fasce mattutine. Dieci anni fa, ha spiegato il manager irlandese, gli episodi di intemperanza erano un evento settimanale; oggi sono diventati una sfida quotidiana per tutti i vettori, e la causa principale sarebbe proprio la facilità con cui si può acquistare birra o superalcolici negli scali già alle sei del mattino.
La proposta, tuttavia, non ha trovato terreno fertile in tutti gli operatori. Dal Regno Unito è arrivata la secca replica di Tim Martin, presidente della catena Wetherspoon, che ha bollato l’idea come un approccio da «Grande Fratello», inapplicabile senza sottoporre i passeggeri a un breathalyser di massa. Martin ha inoltre osservato che la maggior parte dei problemi nasce da voli in arrivo, non in partenza, e che limitare le vendite nei bar spingerebbe i viaggiatori a comprare bottiglie nei supermercati prima di raggiungere l’aeroporto.
A sostegno della sua tesi, il patron dei pub low-cost ha citato i dati delle proprie attività aeroportuali: due terzi degli incassi provengono da cibo, bevande analcoliche, tè e caffè, smentendo l’immagine del viaggiatore mattiniero con un bicchiere in mano. La controversia arriva in un momento in cui il dibattito sulla gestione dei comportamenti a bordo si fa sempre più acceso in tutta Europa. Bruxelles osserva con attenzione: la normativa comunitaria sulla sicurezza aerea lascia ampia discrezionalità agli Stati membri per regolamentare la vendita di alcol negli aeroporti, ma una stretta unilaterale solleverebbe questioni di concorrenza e di armonizzazione delle regole.
Dall’ottica di Dublino, invece, O’Leary insiste sulla necessità di interventi drastici, sottolineando che i costi dei dirottamenti e delle scorte di sicurezza – spesso a carico delle compagnie – finiscono per tradursi in tariffe più alte per tutti. L’Italia, che con Ryanair ha un rapporto intenso (la compagnia low cost è il primo vettore per numero di passeggeri negli scali di Bergamo, Bologna e Roma Ciampino), potrebbe essere tra i Paesi più esposti a questa deriva. Finora le associazioni dei consumatori italiane non hanno preso posizione, mentre gli addetti ai lavori ricordano che nei voli nazionali il consumo di alcol è già vietato nella maggior parte dei casi.
La vera partita, a ben guardare, è culturale: per molti viaggiatori il drink dopo il decollo è un rito, quasi un biglietto da visita della vacanza. Ma con l’aumento della densità del traffico e la compressione degli spazi a bordo, il confine tra il brindisi e l’eccesso si fa sempre più sottile. I prossimi mesi diranno se l’appello di O’Leary troverà ascolto nei regolatori europei o se, come teme Martin, si trasformerà nell’ennesima misura vessatoria contro il libero arbitrio del passeggero.
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