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Economia e Mercatigiovedì 11 giugno 2026

Tensioni fra Mosca e Erevan, ma il Cremlino punta sul dialogo

Dalle accuse di brogli elettorali allo scontro commerciale, il gelo si alterna ai segnali di disgelo in una partita che riguarda anche Bruxelles.

Subito dopo le elezioni parlamentari in Armenia, la presidente della Commissione elettorale centrale russa, Ella Pamfilova, ha denunciato «numerose e sostanziali violazioni» osservate dagli inviati di Mosca nelle missioni Osce e Csi. Da Erevan nessuna replica ufficiale, ma la frattura è sintomatica di una crisi più ampia, che affonda le radici nel progressivo riorientamento strategico del governo di Nikol Pashinyan verso l’Unione Europea. Agli occhi del Cremlino, la svolta filoccidentale dell’Armenia si traduce in un’erosione dell’influenza russa nel Caucaso meridionale, teatro già segnato dalla guerra in Ucraina e dalla ridefinizione degli equilibri regionali.

Sul fronte economico, la tensione ha assunto contorni concreti: la Russia ha imposto restrizioni all’import di prodotti simbolo come l’acqua minerale «Jermuk» e la frutta a nocciolo, spingendo il governo armeno a investire della questione la Commissione economica eurasiatica. Secondo fonti di Erevan, la richiesta è di valutare la legittimità delle misure russe all’interno dello spazio comune della Uee, ma l’iniziativa suona più come un messaggio politico che come un tentativo di reale conciliazione. Gli analisti europei leggono la mossa come un test sulla resilienza delle istituzioni di integrazione post-sovietica, sempre più minate dalla competizione geopolitica.

Non meno delicata è la partita energetica. Il premier armeno ha giudicato «improbabile» un aumento del prezzo del gas russo, richiamando l’esistenza di un contratto di lungo termine e qualificando un eventuale strappo come «comportamento non contrattuale». Il ministro per le Infrastrutture, David Khudatyan, ha confermato che le forniture proseguono senza scossoni. Eppure, la sola ipotesi di una revisione tariffaria è sufficiente a riaccendere i timori di una leva energetica analoga a quella già sperimentata da altri Paesi dell’ex impero sovietico. In parallelo, il mancato pagamento dei contributi all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) espone Erevan al rischio concreto di espulsione, come ventilato dal ministro degli Esteri Lavrov. Pashinyan si è limitato a prendere atto della procedura, con un fatalismo che molti interpretano come la volontà di considerare ormai superata l’alleanza militare dominata da Mosca.

In questo quadro di raffreddamento, il sorprendente annuncio della disponibilità a recarsi a Mosca «se invitato» ha il sapore di una mossa tattica. Parlando ai giornalisti, Pashinyan ha promesso di «risolvere tutte le questioni problematiche in un clima fraterno, amichevole e pacato» – una dichiarazione che, dalla prospettiva del Cremlino, può essere letta come un’apertura di credito da non sprecare. Da Bruxelles, invece, l’invito a Mosca viene osservato con circospezione: un riavvicinamento affrettato potrebbe raffreddare le ambizioni di associazione europea, che l’Italia e altri partner mediterranei vedrebbero con favore per bilanciare la dipendenza energetica dal gas orientale.

Al di là delle diplomazie, il vero banco di prova sarà la gestione dei prossimi mesi. Se il Cremlino deciderà di esercitare ulteriori pressioni economiche o di forzare l’espulsione dalla Csto, il governo armeno dovrà accelerare la ricerca di alternative occidentali, in uno scenario di sicurezza reso precario dalla mai sopita conflittualità con l’Azerbaigian. L’Italia, in quanto membro Nato e partner strategico di Mosca e Baku, seguirà l’evoluzione con la consapevolezza che il Caucaso non è mai stato una semplice periferia.

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giovedì 11 giugno 2026

Tensioni fra Mosca e Erevan, ma il Cremlino punta sul dialogo

Dalle accuse di brogli elettorali allo scontro commerciale, il gelo si alterna ai segnali di disgelo in una partita che riguarda anche Bruxelles.

Subito dopo le elezioni parlamentari in Armenia, la presidente della Commissione elettorale centrale russa, Ella Pamfilova, ha denunciato «numerose e sostanziali violazioni» osservate dagli inviati di Mosca nelle missioni Osce e Csi. Da Erevan nessuna replica ufficiale, ma la frattura è sintomatica di una crisi più ampia, che affonda le radici nel progressivo riorientamento strategico del governo di Nikol Pashinyan verso l’Unione Europea. Agli occhi del Cremlino, la svolta filoccidentale dell’Armenia si traduce in un’erosione dell’influenza russa nel Caucaso meridionale, teatro già segnato dalla guerra in Ucraina e dalla ridefinizione degli equilibri regionali.

Sul fronte economico, la tensione ha assunto contorni concreti: la Russia ha imposto restrizioni all’import di prodotti simbolo come l’acqua minerale «Jermuk» e la frutta a nocciolo, spingendo il governo armeno a investire della questione la Commissione economica eurasiatica. Secondo fonti di Erevan, la richiesta è di valutare la legittimità delle misure russe all’interno dello spazio comune della Uee, ma l’iniziativa suona più come un messaggio politico che come un tentativo di reale conciliazione. Gli analisti europei leggono la mossa come un test sulla resilienza delle istituzioni di integrazione post-sovietica, sempre più minate dalla competizione geopolitica.

Non meno delicata è la partita energetica. Il premier armeno ha giudicato «improbabile» un aumento del prezzo del gas russo, richiamando l’esistenza di un contratto di lungo termine e qualificando un eventuale strappo come «comportamento non contrattuale». Il ministro per le Infrastrutture, David Khudatyan, ha confermato che le forniture proseguono senza scossoni. Eppure, la sola ipotesi di una revisione tariffaria è sufficiente a riaccendere i timori di una leva energetica analoga a quella già sperimentata da altri Paesi dell’ex impero sovietico. In parallelo, il mancato pagamento dei contributi all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) espone Erevan al rischio concreto di espulsione, come ventilato dal ministro degli Esteri Lavrov. Pashinyan si è limitato a prendere atto della procedura, con un fatalismo che molti interpretano come la volontà di considerare ormai superata l’alleanza militare dominata da Mosca.

In questo quadro di raffreddamento, il sorprendente annuncio della disponibilità a recarsi a Mosca «se invitato» ha il sapore di una mossa tattica. Parlando ai giornalisti, Pashinyan ha promesso di «risolvere tutte le questioni problematiche in un clima fraterno, amichevole e pacato» – una dichiarazione che, dalla prospettiva del Cremlino, può essere letta come un’apertura di credito da non sprecare. Da Bruxelles, invece, l’invito a Mosca viene osservato con circospezione: un riavvicinamento affrettato potrebbe raffreddare le ambizioni di associazione europea, che l’Italia e altri partner mediterranei vedrebbero con favore per bilanciare la dipendenza energetica dal gas orientale.

Al di là delle diplomazie, il vero banco di prova sarà la gestione dei prossimi mesi. Se il Cremlino deciderà di esercitare ulteriori pressioni economiche o di forzare l’espulsione dalla Csto, il governo armeno dovrà accelerare la ricerca di alternative occidentali, in uno scenario di sicurezza reso precario dalla mai sopita conflittualità con l’Azerbaigian. L’Italia, in quanto membro Nato e partner strategico di Mosca e Baku, seguirà l’evoluzione con la consapevolezza che il Caucaso non è mai stato una semplice periferia.

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