
Tra cani, orsi e dingo, la sottile linea fra domestico e selvatico
Due donne, lo stesso destino di morte mentre camminavano sole nella natura che amavano. Lucia Tognela, sessant’anni, geometra in pensione, è stata uccisa da un branco di dogo argentini nei boschi sopra Tirano, in Valtellina. A poche centinaia di chilometri, sulla costa laziale, un’anziana cagnolina di nome Dodo veniva dilaniata da due pitbull fuori controllo a Focene.
Sono soltanto gli ultimi, tragici fotogrammi di una cronaca che, in rapida successione, ha riacceso il dibattito sul confine sempre più labile tra animali addomesticati e istinti predatori. Il caso valtellinese, per la sua brutalità e per la dinamica paradossale – è stato il proprietario dei cinque molossoidi, spesso lasciati liberi nonostante le denunce dei vicini, a trovare il corpo della vittima e a dare l’allarme – ha colpito l’opinione pubblica italiana con la forza di una metafora: il richiamo della foresta che riaffiora all’improvviso, a pochi passi dai sentieri escursionistici familiari a intere generazioni di montanari. La procura di Sondrio ha disposto il sequestro degli animali e l’autopsia sul corpo della donna, mentre il dibattito locale si concentra sull’assenza di controlli efficaci e sulla necessità di una mappatura dei cani potenzialmente pericolosi.
Ma sarebbe un errore leggere queste vicende come un’esclusiva anomalia italiana. Mentre in Valtellina si indaga, nei remoti monti Bieszczady, all’estremo sud-est della Polonia, una donna di cinquantotto anni è stata uccisa da un orso mentre percorreva un sentiero insieme al figlio. Il giovane, al telefono con la madre, ha udito le sue grida disperate – «Orso, orso!» – prima che la comunicazione si interrompesse.
Le autorità polacche hanno invitato la popolazione a non avventurarsi nelle foreste della zona, ricordando che il ritorno del grande carnivoro, favorito dalle politiche di tutela europee, sta ridisegnando le gerarchie ecologiche dei Carpazi. Secondo gli analisti di Bruxelles, la presenza di plantigradi, lupi e sciacalli, in costante aumento dall’Estonia all’Italia, richiede un aggiornamento profondo dei piani di gestione faunistica, che armonizzi la protezione delle specie con la sicurezza delle comunità montane. Sullo sfondo, l’aggressione compiuta da tre dingo «sfacciati» ai danni di altrettanti bambini in un campeggio del Karijini National Park, nell’Australia occidentale, racconta una storia diversa ma complementare.
Lassù, sugli altopiani rossi del Pilbara, i cani selvatici sono predatori apicali protetti, parte di un ecosistema fragile che l’uomo ha imparato a rispettare solo dopo decenni di conflitti. Eppure, la loro crescente confidenza con i visitatori – descritta con sgomento dai testimoni – dimostra che persino in territori dove la wilderness è legge, l’equilibrio tra fruizione turistica e comportamento animale rimane precario. Un esperto di conservazione fatto arrivare da Perth sta ora esaminando i dingo coinvolti negli attacchi, mentre i ranger perlustrano il parco per evitare nuove imboscate notturne.
L’ottica australiana, improntata a una lunga convivenza negoziata con la megafauna selvatica, offre una lezione di metodo: nessuna specie è intrinsecamente “cattiva”, ma ogni interazione che superi la distanza di sicurezza può trasformarsi in tragedia. Il filo che lega le Alpi italiane, le foreste polacche e gli aridi outback è fatto della stessa tensione evolutiva. Da un lato, l’addomesticamento ha illuso l’uomo di poter cancellare l’altro predatore, quello che dorme in una cuccia ma conserva la mascella di un carnivoro.
Dall’altro, la protezione della natura selvatica, giustamente invocata dopo secoli di stermini, ci riconsegna creature magnifiche e insieme temibili, con le quali dobbiamo reimparare a condividere il territorio. Guardando avanti, le istituzioni europee si troveranno sempre più spesso a dover mediare tra paura atavica e ragione ecologica, tra chi invoca abbattimenti selettivi e chi ricorda che, senza gli animali, la montagna e la steppa perdono la loro anima. E forse, la risposta non sta solo in nuovi regolamenti – pur indispensabili sulla custodia dei molossoidi o sulla gestione degli orsi confidenti – ma in un’educazione diffusa alla natura, capace di insegnare a un escursionista della Valtellina come a un campeggiatore australiano che il confine non è mai un muro, ma uno spazio di rispetto reciproco, inciso nella coscienza prima ancora che nei codici.
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