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giovedì 23 aprile 2026

Tra fumo e propaganda: il paradosso del verde a Tuapse mentre brucia il deposito petrolifero

L’immagine è di quelle che difficilmente si dimenticano: in primo piano, alcuni funzionari della procura di Tuapse piantano giovani platani sulla celebre alberata del centro; sullo sfondo, un’alta colonna di fumo nero, segno del rogo che da giorni divora il terminale marittimo della città sul Mar Nero, colpito il 20 aprile da un attacco di droni ucraini. L’ufficio regionale ha definito l’iniziativa «un contributo alla cura del patrimonio verde e un gesto simbolico in memoria della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica», senza mai citare l’emergenza ambientale in corso. Mentre i dipendenti posavano per la foto, i vigili del fuoco – 276 uomini e 77 mezzi, secondo il comando operativo di Krasnodar – lottavano da tre giorni per domare le fiamme, e l’aria della città diventava irrespirabile.

Il disastro ha avuto conseguenze immediate sulla salute pubblica. Il servizio di sorveglianza epidemiologica russo ha rilevato in diversi quartieri – Grozneft’, Sortirovka, Zvezdnyj e parte del centro – una concentrazione di benzene, xilene e fuliggine due o tre volte superiore ai limiti consentiti. La situazione è peggiorata il 22 aprile con le piogge, che hanno portato con sé i prodotti della combustione, depositando sulle superfici una patina nera: i residenti hanno parlato di «piogge di petrolio» e diffuso video in cui l’acqua lasciava aloni scuri. La popolazione è stata invitata a non uscire di casa, a tenere chiuse le finestre e a indossare maschere all’aperto. Volontari locali hanno segnalato cani e gatti randagi con sintomi di avvelenamento, gli occhi arrossati e il pelo imbrattato di idrocarburi.

Da Mosca si insiste sulla capacità di risposta e sulla normalità della vita cittadina: il governatorato di Krasnodar ha parlato di «lavori di bonifica in corso» e ha rivendicato l’efficacia dei soccorsi. L’ottica di Pechino, per ora, resta quella di un silenzioso monitoraggio, dato che la Cina importa greggio via Mar Nero. A Bruxelles e nelle cancellerie europee, invece, l’episodio viene letto come un ulteriore tassello della strategia ucraina di colpire le infrastrutture energetiche russe: Tuapse, terminale chiave per l’export di prodotti raffinati verso il Mediterraneo, è già stato oggetto di raid nelle settimane precedenti, e la raffineria ha sospeso le attività il 16 aprile. Per l’Italia, che dipende in parte da quelle rotte per l’approvvigionamento di gasolio e nafta, ogni interruzione potrebbe tradursi in oscillazioni dei prezzi alla pompa, anche se le riserve strategiche e le rotte alternative (via Turchia) offrono al momento un cuscinetto.

Guardando al futuro, il caso di Tuapse rivela una doppia verità della guerra in corso. Da un lato, l’escalation degli attacchi mirati alle raffinerie e ai porti russi – una campagna che Kiev rivendica come legittima difesa – sta modificando il volto del conflitto, spostandolo sempre più verso un conflitto economico e ambientale. Dall’altro, la messa in scena della procura, che pianta alberi sotto una nube tossica, ricorda certe pagine della propaganda sovietica, in cui la realtà veniva piegata alla necessità di mostrare una normalità inesistente. La lezione per l’Europa è duplice: occorre prepararsi a un inverno energetico sempre più incerto, e insieme vigilare affinché la narrazione ufficiale non riesca a nascondere il costo umano e ambientale di una guerra che, ormai, brucia non solo il fronte ma anche l’aria che respiriamo.

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Tra fumo e propaganda: il paradosso del verde a Tuapse mentre brucia il deposito petrolifero

L’immagine è di quelle che difficilmente si dimenticano: in primo piano, alcuni funzionari della procura di Tuapse piantano giovani platani sulla celebre alberata del centro; sullo sfondo, un’alta colonna di fumo nero, segno del rogo che da giorni divora il terminale marittimo della città sul Mar Nero, colpito il 20 aprile da un attacco di droni ucraini. L’ufficio regionale ha definito l’iniziativa «un contributo alla cura del patrimonio verde e un gesto simbolico in memoria della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica», senza mai citare l’emergenza ambientale in corso. Mentre i dipendenti posavano per la foto, i vigili del fuoco – 276 uomini e 77 mezzi, secondo il comando operativo di Krasnodar – lottavano da tre giorni per domare le fiamme, e l’aria della città diventava irrespirabile.

Il disastro ha avuto conseguenze immediate sulla salute pubblica. Il servizio di sorveglianza epidemiologica russo ha rilevato in diversi quartieri – Grozneft’, Sortirovka, Zvezdnyj e parte del centro – una concentrazione di benzene, xilene e fuliggine due o tre volte superiore ai limiti consentiti. La situazione è peggiorata il 22 aprile con le piogge, che hanno portato con sé i prodotti della combustione, depositando sulle superfici una patina nera: i residenti hanno parlato di «piogge di petrolio» e diffuso video in cui l’acqua lasciava aloni scuri. La popolazione è stata invitata a non uscire di casa, a tenere chiuse le finestre e a indossare maschere all’aperto. Volontari locali hanno segnalato cani e gatti randagi con sintomi di avvelenamento, gli occhi arrossati e il pelo imbrattato di idrocarburi.

Da Mosca si insiste sulla capacità di risposta e sulla normalità della vita cittadina: il governatorato di Krasnodar ha parlato di «lavori di bonifica in corso» e ha rivendicato l’efficacia dei soccorsi. L’ottica di Pechino, per ora, resta quella di un silenzioso monitoraggio, dato che la Cina importa greggio via Mar Nero. A Bruxelles e nelle cancellerie europee, invece, l’episodio viene letto come un ulteriore tassello della strategia ucraina di colpire le infrastrutture energetiche russe: Tuapse, terminale chiave per l’export di prodotti raffinati verso il Mediterraneo, è già stato oggetto di raid nelle settimane precedenti, e la raffineria ha sospeso le attività il 16 aprile. Per l’Italia, che dipende in parte da quelle rotte per l’approvvigionamento di gasolio e nafta, ogni interruzione potrebbe tradursi in oscillazioni dei prezzi alla pompa, anche se le riserve strategiche e le rotte alternative (via Turchia) offrono al momento un cuscinetto.

Guardando al futuro, il caso di Tuapse rivela una doppia verità della guerra in corso. Da un lato, l’escalation degli attacchi mirati alle raffinerie e ai porti russi – una campagna che Kiev rivendica come legittima difesa – sta modificando il volto del conflitto, spostandolo sempre più verso un conflitto economico e ambientale. Dall’altro, la messa in scena della procura, che pianta alberi sotto una nube tossica, ricorda certe pagine della propaganda sovietica, in cui la realtà veniva piegata alla necessità di mostrare una normalità inesistente. La lezione per l’Europa è duplice: occorre prepararsi a un inverno energetico sempre più incerto, e insieme vigilare affinché la narrazione ufficiale non riesca a nascondere il costo umano e ambientale di una guerra che, ormai, brucia non solo il fronte ma anche l’aria che respiriamo.

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