
Tra sicurezza e libertà: Starmer valuta lo stop alle marce pro-Palestina dopo l’attacco di Golders Green
La scena politica britannica è scossa da un’ondata di antisemitismo che ha raggiunto il suo apice mercoledì scorso, quando due ebrei sono stati accoltellati a Golders Green, quartiere storico della comunità ebraica londinese. L’aggressore, un cittadino britannico di origine somala, è stato accusato di tentato omicidio con l’aggravante del terrorismo. L’episodio ha spinto il primo ministro Keir Starmer a varare una linea dura: in un’intervista alla BBC ha dichiarato che il divieto di alcune marce pro-Palestina potrebbe essere giustificato, citando l’effetto cumulativo di proteste che, con cori come «Globalizzate l’Intifada», alimentano un clima di odio. Non è una posizione isolata: il capo della polizia metropolitana, Mark Rowley, ha parlato di una vera e propria epidemia di odio antiebraico, aggravata dalla combinazione di crimini d’odio, terrorismo e attività ostili di Stati stranieri, mentre l’MI5 ha portato il livello di minaccia terroristica da «rilevante» a «grave».
Oltre Manica, il dibattito infiamma anche la sinistra. Il leader dei Verdi, Zack Polanski, è finito al centro di una bufera per aver condiviso un video in cui agenti colpivano l'aggressore a terra, accusandoli di violenza eccessiva; Starmer ne ha chiesto le dimissioni, definendo il gesto «vergognoso». La vicenda mostra come la tensione tra libertà di espressione e sicurezza si stia trasformando in uno scontro politico che coinvolge anche i partiti progressisti. Intanto, a metà maggio sono attese due manifestazioni contrapposte – una pro-Palestina per il Nakba Day e una di estrema destra guidata da Tommy Robinson – che la polizia londinese si prepara a gestire con un dispiegamento «significativo» di forze, imponendo restrizioni a percorsi e raduni.
A livello internazionale, la prospettiva di una stretta sulle proteste è osservata con attenzione. Secondo gli analisti di Bruxelles, la mossa di Starmer richiama il modello francese, dove le manifestazioni filo-palestinesi sono già state vietate in diverse circostanze. In Canada, colonne di giornali come il National Post hanno elogiato la fermezza del premier laburista, contrapponendola alle «banali rassicurazioni» dei politici locali. Dall’ottica di Pechino e di molte capitali arabe, invece, la decisione rischia di essere letta come una limitazione della libertà di dissenso, in un momento in cui il conflitto a Gaza continua a mobilitare l’opinione pubblica globale.
Guardando avanti, il vero nodo è se il Regno Unito riuscirà a conciliare la tutela della comunità ebraica – minacciata da una recrudescenza di violenza senza precedenti – con il diritto alla protesta, pilastro della democrazia liberale. Starmer parla di «risposta di tutta la società», ma l’inasprimento del controllo sul linguaggio e sulle manifestazioni rischia di radicalizzare ulteriormente lo scontro, alimentando quel circolo vizioso di odio che si vorrebbe spezzare. La sfida per il governo laburista è trovare un equilibrio che non sacrifichi la libertà sull’altare della sicurezza, né viceversa.
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