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venerdì 24 aprile 2026

L’invito a Putin per il G20 di Miami spacca l’Occidente e mette alla prova Meloni

L’improvvisa prospettiva di rivedere Vladimir Putin seduto al tavolo dei Grandi, questa volta sotto il sole della Florida, sta scavando una nuova faglia nell’alleanza occidentale. La volontà di Donald Trump di invitare il presidente russo al vertice del G20 in programma a dicembre 2026 a Miami ha suscitato l’aperta critica della premier italiana Giorgia Meloni, mentre il Cremlino sceglie la via di una studiata ambiguità. È un tornante diplomatico che interroga direttamente l’Europa e il ruolo dell’Italia, stretta fra la fedeltà atlantica e la necessità di non restare spettatrice di una pace imposta da altri.

Secondo quanto emerso da Washington, l’amministrazione americana considera la Russia un membro a pieno titolo della ‘Grandi Venti’ e intende spedire l’invito formale pur senza averlo ancora fatto. Lo stesso Trump, alternando dichiarazioni contraddittorie, ha negato di aver già invitato Putin salvo poi definire la sua presenza «probabilmente molto utile» e aggiungere, con una punta di scetticismo, che dubita che il leader russo accetterà. Negli ambienti diplomatici statunitensi si conferma che «tutti i membri saranno invitati», in una cornice che il tycoon vuole fastosa, ospitata nel suo resort Doral. Dietro le quinte si legge il tentativo di Trump di riannodare un dialogo diretto con Mosca, scavalcando le riserve degli alleati.

A Bruxelles e nelle capitali europee l’iniziativa ha invece il sapore amaro di un cedimento. La reazione più netta è giunta da Giorgia Meloni, che ha ribaltato l’onere: «Non siamo noi a dover fare passi verso Putin, è la Russia che deve compierne verso l’Occidente». Parole che riflettono il malessere di una parte dell’Europa, dove si teme che la normalizzazione del Cremlino, prima ancora di qualsiasi soluzione in Ucraina, sconfessi la linea della fermezza e offra a Mosca una vittoria simbolica. Non sorprende, in questo quadro, che la critica di Meloni sia stata raccolta con favore da chi a Roma guarda al Quirinale come a un presidio di autonoma dignità europea. Diverso il registro delle destre sovraniste francesi: il patriota Florian Philippot ha salutato l’invito come un passo di buonsenso contro «la stupida politica guerrafondaia» dell’Occidente, segno che la galassia trumpiana fa breccia in alcune frange del continente.

Da Mosca il gioco è quello del disinteresse calcolato. Il portavoce Dmitrij Peskov ha fatto sapere che Putin potrebbe andare a Miami, oppure no, o mandare un altro rappresentante. L’importante, ha sottolineato, è che la Russia sia rappresentata al livello adeguato in un consesso che il Cremlino giudica cruciale «visti i crescenti focolai di crisi». Negli apparati russi la semplice ipotesi dell’invito viene letta come il sintomo di un isolamento che si incrina: Putin non partecipa a un vertice del G20 dal 2019, assente prima per la pandemia e poi per la guerra in Ucraina, la più grave crisi con l’Occidente dalla Guerra fredda. Ora, con il padrone di casa americano che non solo riapre la porta ma lo fa nel proprio club privato, il messaggio di rilegittimazione è difficile da negare.

La partita di Miami scava così una preoccupante divergenza transatlantica. Per l’Europa sedere allo stesso tavolo con Putin senza condizioni rischia di consacrare una pace che non c’è; boicottare, però, vorrebbe dire lasciare campo libero alla spregiudicatezza negoziale di Trump e regalare a Mosca la scena che desidera. L’Italia, con il suo governo in bilico tra solidarietà atlantica e irriducibile sostegno a Kiev, può giocare un ruolo di ago della bilancia. La durezza di Meloni indica che Roma non intende avallare fughe in avanti, ma la vera prova sarà la costruzione di una posizione europea condivisa, capace di usare il G20 non come palcoscenico di una resa, ma come sede per rimettere al centro l’architettura di sicurezza che la guerra ha infranto.

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L’invito a Putin per il G20 di Miami spacca l’Occidente e mette alla prova Meloni

L’improvvisa prospettiva di rivedere Vladimir Putin seduto al tavolo dei Grandi, questa volta sotto il sole della Florida, sta scavando una nuova faglia nell’alleanza occidentale. La volontà di Donald Trump di invitare il presidente russo al vertice del G20 in programma a dicembre 2026 a Miami ha suscitato l’aperta critica della premier italiana Giorgia Meloni, mentre il Cremlino sceglie la via di una studiata ambiguità. È un tornante diplomatico che interroga direttamente l’Europa e il ruolo dell’Italia, stretta fra la fedeltà atlantica e la necessità di non restare spettatrice di una pace imposta da altri.

Secondo quanto emerso da Washington, l’amministrazione americana considera la Russia un membro a pieno titolo della ‘Grandi Venti’ e intende spedire l’invito formale pur senza averlo ancora fatto. Lo stesso Trump, alternando dichiarazioni contraddittorie, ha negato di aver già invitato Putin salvo poi definire la sua presenza «probabilmente molto utile» e aggiungere, con una punta di scetticismo, che dubita che il leader russo accetterà. Negli ambienti diplomatici statunitensi si conferma che «tutti i membri saranno invitati», in una cornice che il tycoon vuole fastosa, ospitata nel suo resort Doral. Dietro le quinte si legge il tentativo di Trump di riannodare un dialogo diretto con Mosca, scavalcando le riserve degli alleati.

A Bruxelles e nelle capitali europee l’iniziativa ha invece il sapore amaro di un cedimento. La reazione più netta è giunta da Giorgia Meloni, che ha ribaltato l’onere: «Non siamo noi a dover fare passi verso Putin, è la Russia che deve compierne verso l’Occidente». Parole che riflettono il malessere di una parte dell’Europa, dove si teme che la normalizzazione del Cremlino, prima ancora di qualsiasi soluzione in Ucraina, sconfessi la linea della fermezza e offra a Mosca una vittoria simbolica. Non sorprende, in questo quadro, che la critica di Meloni sia stata raccolta con favore da chi a Roma guarda al Quirinale come a un presidio di autonoma dignità europea. Diverso il registro delle destre sovraniste francesi: il patriota Florian Philippot ha salutato l’invito come un passo di buonsenso contro «la stupida politica guerrafondaia» dell’Occidente, segno che la galassia trumpiana fa breccia in alcune frange del continente.

Da Mosca il gioco è quello del disinteresse calcolato. Il portavoce Dmitrij Peskov ha fatto sapere che Putin potrebbe andare a Miami, oppure no, o mandare un altro rappresentante. L’importante, ha sottolineato, è che la Russia sia rappresentata al livello adeguato in un consesso che il Cremlino giudica cruciale «visti i crescenti focolai di crisi». Negli apparati russi la semplice ipotesi dell’invito viene letta come il sintomo di un isolamento che si incrina: Putin non partecipa a un vertice del G20 dal 2019, assente prima per la pandemia e poi per la guerra in Ucraina, la più grave crisi con l’Occidente dalla Guerra fredda. Ora, con il padrone di casa americano che non solo riapre la porta ma lo fa nel proprio club privato, il messaggio di rilegittimazione è difficile da negare.

La partita di Miami scava così una preoccupante divergenza transatlantica. Per l’Europa sedere allo stesso tavolo con Putin senza condizioni rischia di consacrare una pace che non c’è; boicottare, però, vorrebbe dire lasciare campo libero alla spregiudicatezza negoziale di Trump e regalare a Mosca la scena che desidera. L’Italia, con il suo governo in bilico tra solidarietà atlantica e irriducibile sostegno a Kiev, può giocare un ruolo di ago della bilancia. La durezza di Meloni indica che Roma non intende avallare fughe in avanti, ma la vera prova sarà la costruzione di una posizione europea condivisa, capace di usare il G20 non come palcoscenico di una resa, ma come sede per rimettere al centro l’architettura di sicurezza che la guerra ha infranto.

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