
La frattura atlantica si allarga sull’abisso iraniano
L’alleanza transatlantica sembra aver imboccato la strada di una pericolosa disgregazione proprio nel momento in cui la tensione con l’Iran raggiunge una soglia critica. L’innesco più recente è uno scontro verbale di inusitata durezza tra il presidente americano Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, un confronto a distanza che testimonia non più una semplice divergenza tattica, ma una vera e propria rottura strategica sulla conduzione della crisi mediorientale. La miccia è stata accesa dalle dichiarazioni del leader tedesco, il quale ha osservato con malcelato disincanto che gli Stati Uniti sono palesemente privi di una strategia e che l’Iran sta “umiliando” la superpotenza americana in un conflitto dove, come ha sottolineato Merz, il vero problema non è mai solo entrare, ma anche riuscire a uscirne.
La replica di Trump, affidata alla sua piattaforma Truth Social, non si è limitata al merito della questione nucleare. Con una mossa retorica che ha travisato deliberatamente la posizione di Berlino – da sempre contraria a un Iran dotato di arma atomica – il presidente americano ha accusato Merz di ritenere accettabile un potenziale nucleare iraniano, per poi affondare il colpo con un attacco personale e sistemico: “Non mi sorprende che la Germania stia andando così male, economicamente e in tutto il resto”. Questa saldatura tra la disputa geopolitica e la critica feroce alla fragilità interna tedesca segna un salto di qualità nel deterioramento dei rapporti. Da Bruxelles, l’ottica è quella di un’alleanza atlantica che rischia seriamente di diventare un danno collaterale della guerra in Iran, con la stessa Nato sottoposta a uno stress test senza precedenti da quando un presidente americano mette in dubbio, di fatto, la legittimità di un alleato a esprimere un giudizio autonomo.
Ma la tensione non si consuma in un vuoto diplomatico. Sullo sfondo, si stagliano le manovre degli attori regionali. Gli Stati del Golfo, riuniti nel Consiglio di Cooperazione, osservano con crescente apprensione l’instabilità che li circonda, mentre da Mosca si registra con attenzione lo sgretolamento del fronte euro-atlantico, potenzialmente foriero di nuovi spazi di manovra per un Cremlino mai così isolato. L’inaspettata uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec aggiunge una variabile economica a un quadro già incandescente, segnalando come gli interessi petroliferi e di sicurezza stiano ridisegnando mappe di alleanza che parevano consolidate. Più defilata ma non meno vigile, la prospettiva di Pechino valuta l’evolversi della crisi misurando il potenziale impatto sul fragile equilibrio energetico globale e sull’affidabilità delle rotte commerciali, in uno scenario dove la minaccia di un blocco dello Stretto di Hormuz viene ormai definita, non a caso, una “bomba atomica economica”.
Per l’Italia e per l’Europa nel suo complesso, questa frattura giunge in un momento di particolare debolezza. L’attacco alla solidità economica tedesca non è solo un episodio di scortesia diplomatica, ma il sintomo di un pregiudizio strutturale che Washington nutre verso un modello di sicurezza europeo ritenuto insufficientemente allineato. La prospettiva di dover gestire le conseguenze di un’escalation iraniana senza una reale unità di intenti con lo storico alleato d’oltreoceano è il vero incubo strategico per i governi del continente. Mentre la diplomazia arranca, l’incognita più grande resta la capacità dell’Occidente di non trasformare una crisi esterna in una sindrome autoimmune, finendo per logorare dall’interno i legami che per ottant’anni ne hanno garantito la sicurezza e la prosperità.
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