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sabato 2 maggio 2026

Trump esamina la proposta iraniana ma minaccia nuovi attacchi: il golfo resta in bilico

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler esaminare nei prossimi giorni la nuova proposta di pace in quattordici punti inviata da Teheran attraverso il Pakistan, ma le sue dichiarazioni pubbliche lasciano poco spazio all’ottimismo. In un post su Truth Social e poi ai giornalisti in Florida, Trump ha definito l’offerta probabilmente inaccettabile, perché l’Iran «non ha ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quanto ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi quarantasette anni». Poche ore dopo, un alto ufficiale militare iraniano ha dichiarato che la ripresa delle ostilità è «probabile», alimentando il clima di incertezza che da settimane tiene in scacco gli equilibri del Medio Oriente.

Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con una massiccia offensiva aerea congiunta tra Stati Uniti e Israele, si è di fatto congelato l’8 aprile dopo quasi quaranta giorni di bombardamenti e rappresaglie. Un unico, inconcludente round di negoziati diretti si è tenuto a Islamabad l’11 aprile, senza che venisse fissata una nuova data. Nel frattempo, l’Iran ha mantenuto il blocco pressoché totale del traffico nello Stretto di Hormuz, mentre Washington ha risposto con un blocco navale delle coste iraniane che, secondo stime del Pentagono, avrebbe già privato Teheran di circa quattro miliardi e ottocento milioni di dollari di entrate petrolifere.

Secondo quanto riferito da un funzionario iraniano anonimo all’agenzia Reuters, il piano appena respinto da Trump prevedeva la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco americano, rimandando a una fase successiva ogni discussione sul programma nucleare. Un’impostazione che Washington giudica inaccettabile, anche perché, come ha osservato il presidente, l’Iran continua a chiedere garanzie che Israele e Stati Uniti non attacchino più. Dal punto di vista europeo, la prospettiva di una escalation militare appare preoccupante: l’Italia e i paesi dell’Unione, già alle prese con la volatilità dei prezzi energetici dopo le interruzioni in Hormuz, temono un nuovo shock economico in caso di ripresa delle ostilità. A Bruxelles si segue con attenzione il tentativo di mediazione pakistano, ma filtra scetticismo sulla possibilità che le parti possano trovare un terreno comune prima che la finestra diplomatica si chiuda.

Trump, pur ribadendo di non preferire la via militare «su base umana», ha lasciato intendere che l’opzione di «far saltare in aria l’Iran e finirlo per sempre» resta sul tavolo. Il capo del Pentagono ha ricevuto pressioni da alcuni parlamentari repubblicani affinché si giunga a una soluzione rapida, mentre in Iran il nuovo leader spirituale, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, cerca di limitare i danni economici del conflitto. L’analisi degli osservatori internazionali converge su un punto: senza una revisione sostanziale delle richieste di entrambe le parti, il rischio che la tregua di aprile si trasformi in una guerra di logoramento prolungata, o in una nuova fase di scontri aperti, è concreto e imminente.

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Trump esamina la proposta iraniana ma minaccia nuovi attacchi: il golfo resta in bilico

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler esaminare nei prossimi giorni la nuova proposta di pace in quattordici punti inviata da Teheran attraverso il Pakistan, ma le sue dichiarazioni pubbliche lasciano poco spazio all’ottimismo. In un post su Truth Social e poi ai giornalisti in Florida, Trump ha definito l’offerta probabilmente inaccettabile, perché l’Iran «non ha ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quanto ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi quarantasette anni». Poche ore dopo, un alto ufficiale militare iraniano ha dichiarato che la ripresa delle ostilità è «probabile», alimentando il clima di incertezza che da settimane tiene in scacco gli equilibri del Medio Oriente.

Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con una massiccia offensiva aerea congiunta tra Stati Uniti e Israele, si è di fatto congelato l’8 aprile dopo quasi quaranta giorni di bombardamenti e rappresaglie. Un unico, inconcludente round di negoziati diretti si è tenuto a Islamabad l’11 aprile, senza che venisse fissata una nuova data. Nel frattempo, l’Iran ha mantenuto il blocco pressoché totale del traffico nello Stretto di Hormuz, mentre Washington ha risposto con un blocco navale delle coste iraniane che, secondo stime del Pentagono, avrebbe già privato Teheran di circa quattro miliardi e ottocento milioni di dollari di entrate petrolifere.

Secondo quanto riferito da un funzionario iraniano anonimo all’agenzia Reuters, il piano appena respinto da Trump prevedeva la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e la fine del blocco americano, rimandando a una fase successiva ogni discussione sul programma nucleare. Un’impostazione che Washington giudica inaccettabile, anche perché, come ha osservato il presidente, l’Iran continua a chiedere garanzie che Israele e Stati Uniti non attacchino più. Dal punto di vista europeo, la prospettiva di una escalation militare appare preoccupante: l’Italia e i paesi dell’Unione, già alle prese con la volatilità dei prezzi energetici dopo le interruzioni in Hormuz, temono un nuovo shock economico in caso di ripresa delle ostilità. A Bruxelles si segue con attenzione il tentativo di mediazione pakistano, ma filtra scetticismo sulla possibilità che le parti possano trovare un terreno comune prima che la finestra diplomatica si chiuda.

Trump, pur ribadendo di non preferire la via militare «su base umana», ha lasciato intendere che l’opzione di «far saltare in aria l’Iran e finirlo per sempre» resta sul tavolo. Il capo del Pentagono ha ricevuto pressioni da alcuni parlamentari repubblicani affinché si giunga a una soluzione rapida, mentre in Iran il nuovo leader spirituale, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, cerca di limitare i danni economici del conflitto. L’analisi degli osservatori internazionali converge su un punto: senza una revisione sostanziale delle richieste di entrambe le parti, il rischio che la tregua di aprile si trasformi in una guerra di logoramento prolungata, o in una nuova fase di scontri aperti, è concreto e imminente.

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