
Il prezzo del petrolio e la guerra in Iran piegano l’aviazione indiana e colpiscono i ceti più fragili
La crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente ha prodotto il suo primo effetto tangibile sulla mobilità globale: Air India ha annunciato il taglio di quasi un centinaio di voli internazionali fino a luglio, costretta dall’impennata del prezzo del carburante e dalla chiusura di ampi spazi aerei sulla regione del Golfo. Il vettore, già gravato da oltre ventidue miliardi di rupie di perdite nell’ultimo esercizio, ha visto il costo del jet fuel salire a livelli insostenibili dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, avvenuta a fine febbraio in seguito ai raid statunitensi e israeliani contro l’Iran. Per contenere i danni, la compagnia sta valutando misure inedite, come rendere facoltativo il pasto a bordo o separare l’accesso alle lounge business, nella speranza di ridurre il prezzo dei biglietti e non perdere ulteriori passeggeri. L’impatto si riverbera anche sulle rotte per l’Europa e il Golfo: secondo gli analisti di Dubai, le tariffe aeree per gli expat indiani negli Emirati sono destinate a salire ulteriormente, mentre alcuni vettori potrebbero ridurre le frequenze nei periodi di punta.
Nuova Delhi, nel frattempo, cerca di bilanciare le pressioni interne. Il governo ha scelto di mantenere invariati i prezzi della benzina e del gasolio per uso domestico, nonché del GPL per le famiglie, ma ha aumentato di quasi mille rupie il costo delle bombole commerciali da diciannove chili. La decisione, arrivata due giorni dopo la chiusura delle urne per le elezioni regionali, ha scatenato le proteste dell’opposizione: il leader del Congresso Rahul Gandhi parla di «bolletta elettorale», mentre i comunisti accusano il premier Modi di avere una «politica estera ridicola» che ha esposto il Paese alla volatilità dei mercati. L’effetto è immediato nelle strade di Mumbai, dove gestori di chioschi di vada pav e tè hanno già annunciato aumenti di prezzo o tagli al menu. I ristoratori, i forni e le cucine industriali sono i più colpiti, e l’onda d’urto rischia di amplificare l’inflazione alimentare in un Paese dove il GPL resta il principale combustibile per cucinare.
La prospettiva, a livello globale, resta incerta. In Australia il greggio di riferimento Tapis ha toccato nuovi massimi di guerra, mentre il governo di Canberra valuta se prolungare il taglio delle accise sui carburanti oltre la scadenza di giugno. A Washington, la Federal Reserve si è divisa come non accadeva dal 1992: alcuni membri del board chiedono di abbandonare ogni orientamento al taglio dei tassi, perché l’impennata petrolifera sta riaccendendo l’inflazione. Per l’Europa e l’Italia, che importano gran parte del greggio e dei prodotti raffinati dal Medio Oriente, lo scenario è di allerta. La riapertura dello Stretto di Hormuz appare rimandata a data da destinarsi, e con essa la speranza di un rientro dei prezzi. La guerra in Iran ha rotto un equilibrio che sembrava consolidato, e le conseguenze – dall’aviazione al carrello della spesa – stanno solo cominciando a manifestarsi.
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