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giovedì 7 maggio 2026

Trump: gli Stati Uniti prenderanno l'uranio arricchito iraniano. Verso un accordo a una pagina?

Nelle trattative Usa-Iran per fermare la guerra emergono progressi parziali: una bozza di memorandum, ma il nodo nucleare resta aperto.

“Ce lo prenderemo”. Con queste parole, pronunciate mercoledì mentre lasciava la Casa Bianca, Donald Trump ha scolpito nella cronaca l’ambizione che da mesi guida la sua amministrazione nei confronti di Teheran: impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano. Una rivendicazione netta, che arriva in un momento in cui i contatti tra Washington e la Repubblica islamica sembrano conoscere una fase di inaspettata accelerazione. Secondo fonti diplomatiche vicine ai negoziati, le due parti sarebbero vicine alla definizione di una bozza di memorandum di una sola pagina, un documento che tuttavia rimanderebbe i nodi più spinosi – a cominciare dal destino del programma nucleare iraniano – a una fase successiva. La dichiarazione del presidente americano, per quanto lapidaria, va letta dentro questo quadro interlocutorio: una strategia di pressione massima che cerca di cristallizzare un vantaggio tattico prima che si apra il tavolo delle trattative definitive.

Dal punto di vista di Washington, l’obiettivo centrale resta impedire che Teheran possa mai dotarsi di un ordigno atomico. Per raggiungerlo, Trump ha già mobilitato lo strumento militare, con una serie di attacchi mirati contro postazioni iraniane nella regione. Ora, però, la partita sembra spostarsi sul terreno diplomatico. L’amministrazione americana ha presentato all’Iran una proposta in quattordici punti, attualmente al vaglio del ministero degli Esteri iraniano. Una fonte parlamentare di Teheran, intervenendo a nome della Commissione per la sicurezza nazionale, ha tuttavia ridimensionato le voci di un accordo imminente, suggerendo che la prudenza resta d’obbligo. Sul fronte opposto, l’ayatollah Khamenei ha sempre mantenuto una linea di diffidenza verso ogni intesa con gli Stati Uniti, considerata una minaccia esistenziale per la tenuta del regime.

Nella regione mediorientale, l’evoluzione dei negoziati è seguita con apprensione. I paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, temono che un’intesa parziale possa lasciare all’Iran un margine di manovra nucleare, senza smantellarne le capacità balistiche. Allo stesso tempo, l’ipotesi di una de-escalation – che porrebbe fine alla cosiddetta “furia epica” evocata da Trump in un post su Truth Social – viene vista come una possibilità per stabilizzare il prezzo del petrolio e ridurre le tensioni nello Stretto di Hormuz. E qui si inserisce la prospettiva europea. Bruxelles, da sempre impegnata a difendere l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), osserva con cautela: un accordo informale a una pagina, che aggiri le complessità dell’arricchimento, rischierebbe di indebolire il quadro multilaterale e di delegittimare l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Per l’Italia, che mantiene relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran e che importa quote significative di greggio dal Medio Oriente, ogni scossone nella regione si traduce in una variabile d’instabilità energetica e migratoria.

Il nodo dei 408 chilogrammi di uranio altamente arricchito – quantità che Teheran non ha ancora consegnato – resta il perno materiale della trattativa. Trump ha promesso di ottenerlo, ma le resistenze interne iraniane sono fortissime: una cessione sarebbe percepita come una resa, mentre l’ala più intransigente del regime spinge per mantenere la capacità di arricchimento come leva strategica. L’analisi degli esperti è cauta: la bozza di memorandum potrebbe servire a congelare le ostilità in attesa di un accordo più strutturato, ma la finestra temporale è stretta. Il 14 maggio Trump partirà per la Cina, e Pechino – che ha interesse a non vedere un escalation nel Golfo – potrebbe giocare un ruolo di mediatore. Il futuro della partita si deciderà nei prossimi giorni, tra dichiarazioni roboanti e silenzi carichi di significato.

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giovedì 7 maggio 2026

Trump: gli Stati Uniti prenderanno l'uranio arricchito iraniano. Verso un accordo a una pagina?

Nelle trattative Usa-Iran per fermare la guerra emergono progressi parziali: una bozza di memorandum, ma il nodo nucleare resta aperto.

“Ce lo prenderemo”. Con queste parole, pronunciate mercoledì mentre lasciava la Casa Bianca, Donald Trump ha scolpito nella cronaca l’ambizione che da mesi guida la sua amministrazione nei confronti di Teheran: impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano. Una rivendicazione netta, che arriva in un momento in cui i contatti tra Washington e la Repubblica islamica sembrano conoscere una fase di inaspettata accelerazione. Secondo fonti diplomatiche vicine ai negoziati, le due parti sarebbero vicine alla definizione di una bozza di memorandum di una sola pagina, un documento che tuttavia rimanderebbe i nodi più spinosi – a cominciare dal destino del programma nucleare iraniano – a una fase successiva. La dichiarazione del presidente americano, per quanto lapidaria, va letta dentro questo quadro interlocutorio: una strategia di pressione massima che cerca di cristallizzare un vantaggio tattico prima che si apra il tavolo delle trattative definitive.

Dal punto di vista di Washington, l’obiettivo centrale resta impedire che Teheran possa mai dotarsi di un ordigno atomico. Per raggiungerlo, Trump ha già mobilitato lo strumento militare, con una serie di attacchi mirati contro postazioni iraniane nella regione. Ora, però, la partita sembra spostarsi sul terreno diplomatico. L’amministrazione americana ha presentato all’Iran una proposta in quattordici punti, attualmente al vaglio del ministero degli Esteri iraniano. Una fonte parlamentare di Teheran, intervenendo a nome della Commissione per la sicurezza nazionale, ha tuttavia ridimensionato le voci di un accordo imminente, suggerendo che la prudenza resta d’obbligo. Sul fronte opposto, l’ayatollah Khamenei ha sempre mantenuto una linea di diffidenza verso ogni intesa con gli Stati Uniti, considerata una minaccia esistenziale per la tenuta del regime.

Nella regione mediorientale, l’evoluzione dei negoziati è seguita con apprensione. I paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, temono che un’intesa parziale possa lasciare all’Iran un margine di manovra nucleare, senza smantellarne le capacità balistiche. Allo stesso tempo, l’ipotesi di una de-escalation – che porrebbe fine alla cosiddetta “furia epica” evocata da Trump in un post su Truth Social – viene vista come una possibilità per stabilizzare il prezzo del petrolio e ridurre le tensioni nello Stretto di Hormuz. E qui si inserisce la prospettiva europea. Bruxelles, da sempre impegnata a difendere l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), osserva con cautela: un accordo informale a una pagina, che aggiri le complessità dell’arricchimento, rischierebbe di indebolire il quadro multilaterale e di delegittimare l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Per l’Italia, che mantiene relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran e che importa quote significative di greggio dal Medio Oriente, ogni scossone nella regione si traduce in una variabile d’instabilità energetica e migratoria.

Il nodo dei 408 chilogrammi di uranio altamente arricchito – quantità che Teheran non ha ancora consegnato – resta il perno materiale della trattativa. Trump ha promesso di ottenerlo, ma le resistenze interne iraniane sono fortissime: una cessione sarebbe percepita come una resa, mentre l’ala più intransigente del regime spinge per mantenere la capacità di arricchimento come leva strategica. L’analisi degli esperti è cauta: la bozza di memorandum potrebbe servire a congelare le ostilità in attesa di un accordo più strutturato, ma la finestra temporale è stretta. Il 14 maggio Trump partirà per la Cina, e Pechino – che ha interesse a non vedere un escalation nel Golfo – potrebbe giocare un ruolo di mediatore. Il futuro della partita si deciderà nei prossimi giorni, tra dichiarazioni roboanti e silenzi carichi di significato.

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