
Trump paragona la Marina Usa ai pirati: sequestri di petrolio come «affari» nel blocco all’Iran
«Siamo una specie di pirati, ma non stiamo scherzando». Con queste parole pronunciate durante un comizio in Florida, Donald Trump ha descritto le operazioni della Marina statunitense nel quadro del blocco navale imposto ai porti iraniani, scatenando un vespaio di reazioni in tutto il mondo. Il presidente americano ha raccontato con orgoglio l’abbordaggio e la confisca di una nave cargo battente bandiera iraniana – la Touska, intercettata nel Golfo di Oman – sottolineando che «ci siamo presi la nave, il carico, il petrolio. È un business molto redditizio». Le sue parole, accolte dagli applausi della platea, hanno tuttavia sollevato più di un sopracciglio tra gli osservatori internazionali, preoccupati per la deriva di una guerra iniziata il 28 febbraio con un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica.
Da Washington la spiegazione è netta: la stretta navale serve a impedire che Teheran commercializzi greggio in violazione delle sanzioni e a interrompere il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, chiuso dalle autorità iraniane all’inizio del conflitto. «Abbiamo fermato la nave. Abbiamo messo i nostri uomini a bordo, sopra tutto», ha insistito Trump, paragonando la missione a un’operazione piratesca per ribadire che non ci si fermerà davanti a nulla. Secondo gli analisti di Bruxelles, però, il linguaggio della Casa Bianca rischia di minare la credibilità del diritto del mare e di legittimare comportamenti arbitrari in acque internazionali, mentre a Teheran l’accusa di pirateria viene rilanciata come prova della «natura criminale» della guerra americana.
L’ottica di Pechino, preoccupata per la sicurezza delle rotte energetiche, si aggiunge a quella di Tokyo: la premier giapponese ha telefonato al presidente iraniano per cercare una de-escalation, mentre la Marina nipponica segue con apprensione le manovre nel Golfo. Per l’Italia, che importa una quota significativa di greggio dal Medio Oriente e ha interessi diretti nella stabilità del Mediterraneo orientale, lo scenario è allarmante. Il blocco e i sequestri – definiti da esperti legali una «privatizzazione del conflitto» – potrebbero innescare una pericolosa corsa al rialzo dei premi assicurativi sulle navi e una nuova crisi petrolifera.
A chiudere il cerchio, la minaccia iraniana di tassare il transito nello Stretto di Hormuz per le navi che osano sfidare il blocco. Se Trump, da un lato, esalta i successi tattici come «profitti», dall’altro il risiko militare rischia di trasformare lo scacchiere del Golfo in un Far West senza regole, dove ogni attore navale – pirata o meno – rivendica il proprio bottino.
Allarga lo sguardo
Washington annuncia un’intesa su Hormuz “in poche ore”, ma Teheran nega trattative dirette
6 lingue · 52 testate
Da Economy & MarketsI giganti del petrolio incassano utili record sulla guerra in Iran, Trump accusa le major americane
2 lingue · 21 testate
Da TechnologyL’amministrazione Trump esenta i modelli open-weight cinesi dai nuovi test di sicurezza sull’IA
5 lingue · 11 testate